LGBT TRA STORIA E DIRITTI

La strada per la parità è ancora lunga. E costosa

La storia del movimento LGBT a livello internazionale affonda le radici negli anni sessanta, e per la precisione (stando agli addetti ai lavori) nei moti di Stonewall del 1969, identificati come il punto di inizio di quello che sarà il movimento di liberazione omosessuale contemporaneo nel mondo. La rivolta prende il nome dallo storico locale Stonewall Inn, del Greenwich Village di New York, che la comunità LGBT dell’epoca era solita frequentare. La sera del 27 giugno del 1969, stando alle cronache, gli ufficiali del distretto entrarono nel bar per arrestare coloro i quali erano privi dei documenti di identità e tutte le persone vestite con abiti del sesso opposto, oltre ad alcuni dipendenti. Nel luglio successivo si formò il Gay Liberation Front, tra le cui prime azioni ci fu l’organizzazione di una marcia contro la persecuzione degli omosessuali e da allora molti gay pride in tutti il mondo scelgono il mese di giugno per

commemorare i moti di Stonewell e rivendicare i propri diritti. Nel 1977, Harvey Milk è il primo uomo dichiaratamente gay ad essere eletto consigliere comunale di San Francisco, una delle maggiori città degli Stati Uniti. Le sue battaglie a favore di leggi per i diritti della comunità LGBT sono note, soprattutto per quanto riguarda la sua opposizione alla Proposition 6, che ipotizzava il licenziamento degli insegnanti dichiaratamente gay. Milk venne assassinato nel 1978 insieme al sindaco. E proprio da un ex consigliere comunale. Ripercorrere tutte le tappe successive del movimento non è cosa da poco. Certo possiamo citare i famigerati anni ‘80, gli anni dell’AIDS e della convinzione – poi sfatata – che l’epidemia fosse esclusivamente e strettamente correlata all’omosessualità. Alcune chiese diffusero addirittura l’idea che l’AIDS altro non fosse che una sorta di “punizione di Dio”, e la lotta a questi stereotipi divenne non a caso uno dei temi portanti di tutti i movimenti LGBT del mondo, soprattutto negli anni ‘90. Bisognerà però aspettare il 2000 perché le comunità LGBT inizino a vedersi riconosciuti anche i diritti di coppia: il primo Paese a legalizzare le unioni civili fu la Danimarca, al quale seguirono poi molti altri. 

E in Italia? Nel nostro Paese, come sempre, l’iter fu più complicato, complice la presenza anche del Vaticano. Se vogliamo citare un caso specifico del nostro Paese, infatti, bisogna risalire fino al 1922 per individuare il primo tentativo di istituire un movimento di liberazione nazionale, ad opera dell’unico delegato italiano al Congresso mondiale sulla libertà sessuale: Aldo Mieli. Il congresso si tenne in Germania dopo la prima guerra mondiale; fu organizzato per merito di Magnus Hirscfeld, un medico sessuologo ebraico in prima linea per l’abrogazione del paragrafo 175 (una sezione del codice penale tedesco che criminalizzava l’omosessualità) che raccolse le firme di importanti intellettuali dell’epoca tra i quali Albert Einstein, Hermann Hesse, Thomas Mann, e Lev Tolsoj.

L’ascesa di Hitler ne impedì l’abrogazione col terribile risultato che gli omosessuali, come gli ebrei, gli zingari, i rom, i prigionieri politici, ecc, furono catturati e inviati nei campi di concentramento. Aldo Mieli, riuscì per un primo periodo a portare avanti le sue battaglie nonostante l’ascesa del regime fascista, tuttavia dovette abbandonare le sue lotte per rifugiarsi in Francia

nel 1926. Nel nostro Paese, dunque, le prime associazioni LGBT iniziarono a nascere nel dopoguerra, ma soltanto dopo che la Dc perse gran parte del suo potere presero davvero piede. La nascita dell’Arcigay, per intenderci, risale solo al 1985, mentre per Arcilesbica abbiamo dovuto attendere sino al 1995. Per non parlare della legge sulle unioni civili che nel nostro Paese – come noto – è stata approvata solo nel 1996.

E la parità, ora esiste? Senza timore di smentita, possiamo dire che i tempi, ahimè, non sono ancora maturi, in Italia come in generale nei 37 Paesi appartenenti all’OCSE, perchè le donne lesbiche, gli uomini gay, le persone bisessuali e transgender (i “famigerati” LGBT+) vengano pienamente accettate. Nel complesso, infatti, le persone LGBT+ sono

ancora vittime di varie forme di discriminazione, un atteggiamento non solo inaccettabile dal punto di vista etico e dei diritti ma anche capace di portare con se numerose conseguenze dal punto di vista economico e sociale. A dirlo sono diversi rapporti succedutisi nel tempo.Tragliultimi,ilrapportosugli indicatori sociali 2019 dell’OCSE, che offre una panoramica completa dei dati e delle evidenze sulle dimensioni delle minoranze sessuali e di genere e sulla situazione socioeconomica delle persone LGBT nei Paesi dell’OCSE.

Qualche esempio? Sebbene finora nessun censimento demografico abbia esplicitamente previsto domande sull’orientamento sessuale e/o sull’identità di genere per identificare le persone LGBT e solo pochi studi rappresentativi a livello nazionale includano questo tipo di domanda, nei 14 Paesi dell’OCSE in cui le stime sono disponibili risulta che le persone LGB rappresentano il 2,7% della popolazione adulta. In altre parole, in questi 14 Paesi dell’OCSE, almeno 17 milioni di adulti si auto-identificano come LGB, un dato sicuramente in difetto perché le persone transgender (la “famosa” T finale) non sono incluse nel conteggio a causa di dati insufficienti. Diciassette milioni, per intenderci, sono un numero di persone che equivale più o meno alla popolazione totale del Cile o dei Paesi Bassi. Mica paglia. Non va meglio se si guarda ai comportamenti diffusi nei confronti degli LGBT+: nei Paesi dell’OCSE, in media, più di una persona LGBT su tre ha dichiarato di essersi sentita personalmente vittima di discriminazione a causa del suo orientamento sessuale e/o identità di genere. Coerentemente con i comportamenti, che risultano essere più positivi verso gli LGB, la percezione di discriminazione è più alta fra i transgender che fra gli individui omosessuali e bisessuali. Se si guarda alla sfera lavorativa, poi, il quadro non migliora. Circa 50 documenti di ricerca hanno comparato i risultati degli adulti LGBT e non LGTB sul mercato del lavoro nei diversi Paesi dell’OCSE, basati su dati rappresentativi, rivelando che le persone LGBT sono penalizzate riguardo al loro status occupazionale e alle loro retribuzioni.

Rispetto ai non LGBT, gli LGBT hanno un tasso di probabilità inferiore del 7% di essere assunti e il loro reddito da lavoro è inferiore del 4%. Anche in questo caso, le stime costituiscono presumibilmente un limite inferiore rispetto allo svantaggio effettivo che affrontano le minoranze sessuali e di genere poiché molto spesso le persone LGBT preferiscono non dichiarare pubblicamente il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere. Del resto, la discriminazione nei confronti dei candidati LGBT nel mercato del lavoro è stata anche misurata con una simulazione, costruita con la comparazione del tasso di convocazione ad un colloquio di lavoro di due candidati fittizi: un candidato percepito dai datori di lavoro come appartenente alla comunità LGBT e un candidato percepito come non LGBT.

I risultati mostrano che i candidati omosessuali hanno 1,5 possibilità in meno di essere convocati per un colloquio di lavoro rispetto ai loro omologhi eterosessuali quando il loro orientamento sessuale emerga da attività di volontariato o esperienza lavorativa presso un’organizzazione di uomini o donne omosessuali. I dati sperimentali rivelano altresì una discriminazione significativa nei confronti dei candidati transgender, nonché contro le persone LGBT al di fuori del mercato del lavoro. Non va meglio nemmeno a livello nazionale, nei più recenti rapporti sul tema realizzati da Istat e UNAR, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, che nel 2020-2021 hanno aggiornato i dati sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle persone LGBT+. Su oltre 20mila persone, occupate e disoccupate, il 26% ha dichiarato che il proprio orientamento sessuale ha rappresentato uno svantaggio nel corso della propria vita lavorativa in almeno uno dei tre ambiti considerati, ovvero carriera e crescita professionale, riconoscimento e apprezzamento, reddito e retribuzione.

Il 40,3% ha evitato di parlare della vita privata per tenere nascosto il proprio orientamento sessuale, e una persona su cinque afferma di aver evitato di frequentare persone dell’ambiente lavorativo nel tempo libero per non rischiare di rivelare il proprio orientamento sessuale. Il 34,5% riferisce di aver subito almeno un episodio di discriminazione durante lo svolgimento del proprio lavoro. Insomma, ancora oggi, nel 2022, ci domandiamo: cosa importa come mi vesto e chi amo, se so svolgere al meglio il mio lavoro? Speriamo che i nostri lettori sappiano rispondere diversamente da come fatto da molti, troppi, sino ad ora.

IL SESSISMO NELLA LINGUA

La lingua italiana presenta una struttura intrinsecamente sessista, lo dimostra l’esistenza stessa dei generi grammaticali, questo perché c’è stata un’imposizione delle griglie maschili alla lingua in una situazione culturale dominata dal patriarcato volta a scindere la realtà in dicotomie.

È quindi impossibile parlare di sé o di altre persone senza menzionare il genere, per non parlare delle persone che non si identificano in uno dei due generi binari. Oltre a ciò, l’italiano ricorre al maschile sovraesteso, quello su cui ripieghiamo ogni volta che ci riferiamo a una moltitudine mista, di cui possono far parte donne, uomini o persone di genere non binario. Alma Sabatini nel ‘93 propose con “Il sessismo nella lingua italiana” alternative compatibili con il sistema linguistico al fine di evitare alcune forme sessiste della lingua italiana. Nel terzo capitolo – nello specifico – suggerì tutta una serie di varianti alle forme in uso. Seguirono altre iniziative e progetti ma a livello ufficiale tutto tacque. Poi nel 2015 nacque il progetto “L’italiano inclusivo”, una proposta di estensione della lingua italiana per superare le limitazioni di una lingua fortemente caratterizzata per genere, con tutto ciò che ne consegue. Lo scorso anno il comune di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, ha cominciato a usare in alcuni contesti il simbolo fonetico ə, detto schwa, come desinenza finale al posto dei plurali maschili universali per usare un linguaggio “più inclusivo”. Lo ha fatto ad esempio in un post su Facebook del 5 aprile che dice:

“A partire da mercoledì #7aprile moltǝ nostrǝ bambinǝ e ragazzǝ potranno tornare in classe!”, invece di “molti nostri bambini e ragazzi”.

La scelta è stata poi spiegata il 12 aprile:

“Il linguaggio non è solo uno strumento per comunicare, ma anche per plasmare il modo in cui pensiamo, agiamo e viviamo le relazioni. Ecco perché abbiamo deciso di adottare un linguaggio più inclusivo. Questo non significa stravolgere la nostra lingua o le nostre abitudini, significa fare un esercizio di cura e attenzione verso tutte le persone, in modo che si sentano ugualmente rappresentate”.

Per sapere di più sull’italiano inclusivo -> italianoinclusivo.it


Angela Dessì