L’AFFERMAZIONE DI GENERE

Tra dubbi, incertezze e tanta ignoranza.

Chi non ha mai avuto esperienze con condizioni diverse dalla propria ha difficoltà a capire le necessità e le sfumature dei mondi della diversità sessuale. Abbiamo deciso quindi di intervistare Annalisa Zabonati, psicologa clinica sociale, psicoterapeuta, psicologa LGBTQI+ & differenze ed etnopsicologa che opera nel campo clinico e sociale per i temi inerenti la comunità LGBTQI+, le donne e l’immigrazione.

Annalisa di cosa si occupa precisamente una psicologa clinica psicoterapeuta?

La figura professionale che ricopro si occupa, in senso generale, di benessere psicologico e psico emotivo delle persone; nello specifico della comunità LGBTQI+ e di tutti gli aspetti legati a questo tipo di esperienze personali.

Come possiamo rispondere a chi si chiede da dove “nasce” la “necessità” di affermazione di genere?

Chi si interroga, valuta e vuole iniziare un percorso di affermazione di genere ha un’opportunità per farlo: la legge 164 del 1982.

Le persone con la condizione di incongruenza di genere (o transgender), nascono con alcune caratteristiche. La condizione di queste persone non è una situazione di tipo traumatico.

C’è chi nasce con i capelli neri e chi con i capelli biondi; chi nasce con un certo tipo di carattere e chi con un altro.

Tra queste persone può esserci una consapevolezza diversificata: ci sono persone che fin da piccoli/e hanno una percezione di sé non congruente con il genere assegnato ed altre invece che elaborano questa consapevolezza in tempi diversi. Le persone definite in questioning o persone queer si interrogano su chi sono, su come pensano di voler vivere la loro identità e il proprio orientamento.

Quando una persona intraprende il percorso di affermazione di genere si creano in lui/lei e nei familiari nuove necessità. Quali caratteristiche è riuscita ad evidenziare durante i vari percorsi seguiti?

L’ombrello LGBTQI+ è molto ampio e prevede varie condizioni: ogni persona trova la propria identificazione o ne crea una personalizzata per potersi esprimere al meglio rispetto a quelle che sono le proprie esigenze. Definita la propria identità, le persone presentano necessità diversificate in base agli ambienti in cui sono inseriti e all’età; alcune intraprendono un percorso di affermazione di genere (o transizione) e altre decidono il proprio percorso procedendo o meno verso le fasi di medicalizzazione.

Quando è un genitore a decidere di intraprendere il percorso di affermazione di genere, oltre al partner, anche i figli rientrano in una sfera di riflessione molto complessa e in base all’età si procede con degli approfondimenti per capire anche le loro necessità.

Negli ultimi anni stanno chiedendo questo tipo di supporto adolescenti di 14 e 15 anni; è un percorso ben diverso da quello che intraprende una persona di 40 o di 50 anni soprattutto per quanto riguarda il coinvolgimento della famiglia. In questo caso a seconda delle necessità si avvia un percorso parallelo per la famiglia.

La necessità di prendere un medicinale per tutta la vita ha portato qualche suo paziente a rivalutare il percorso dal punto di vista medico?

Non sono molte le persone che ad un certo punto decidono di fermare il proprio percorso medico di affermazione di genere, ma se questa decisione viene presa nei primi passaggi del percorso, in accordo con i medici si procede con una riduzione del dosaggio fino ad arrivare alla sospensione del trattamento farmacologico senza alcun tipo di difficoltà. D’altro canto se si arriva a questa decisione dopo qualche anno di assunzione di trattamento ormonale e dopo aver seguito l’iter legale previsto dal tribunale per il cambio anagrafico di genere e per l’autorizzazione agli interventi, diventa tutto più complicato anche se rimane assolutamente fattibile. Alcuni cambiamenti sotto il profilo endocrinologico e del trattamento ormonale diventano a quel punto irreversibili ma chiaramente quella di transizionare nuovamente è una scelta che prende la persona che vive questa condizione.

La paura di essere rifiutati dalla società incide sulla decisione della propria affermazione di genere?

Se la persona avverte una preoccupazione per il proprio essere in linea con il mondo e pensa che la sua condizione sia strana, di malattia, di inadeguatezza è chiaro che deve fare una riflessione: quello che viene chiamato stigma o pregiudizio interiorizzato deve essere espresso e manifestato per riuscire a superare il primo ostacolo. Questa paura è portata spesso da molte sacche di opposizione e di ostilità: quella che viene definita omolesbobitransfobia è un fenomeno più che fobico, di negatività e di negazione di una certa condizione, che – purtroppo viene motivato da ideologie conservatrici che non riconoscono la presenza di queste persone e che attivano tutta una serie di comportamenti che sono di pregiudizio e di discriminazione, che possono arrivare fino alla violenza fisica e a maltrattamenti familiari o sul nei luoghi e ambienti dove la persona vive ed è inserita.

Nell’ultimo decennio c’è stata però una forte evoluzione in termini di riconoscimento, visibilità e quindi di possibilità di manifestare una propria condizione di vita e sono nati molti ambienti sia familiari che scolastici, di lavoro o sociali che vengono definiti “friendly” o “supportivi”, ambienti alleati in cui queste persone possono vivere la propria condizione in maniera sufficientemente sicura.

Cosa sono le terapie “riparative” e cosa sperano di ottenere i “terapeuti” che intraprendono questo percorso con le persone LGBTQI+?

Questi “terapeuti” credono nella teoria no gender che è di pura invenzione, così come la teoria gender; esistono gli studi di genere, gli studi LGBTQI+ sotto il profilo psicologico, psichiatrico, neuropsicologico, infantile, sociologico ecc… .

Tutte le condizioni LGBTQI+ sono condizioni di normalità, non c’è alcuna malattia, va fatto quindi divieto a tutte le professioni “psi” (psichiatriche, psicologiche e psicoterapeutiche) di procedere con le terapie cosiddette “riparative” in cui i professionisti (che non potrebbero essere definiti come tali) cercano di negare la condizione della persona e di portarla ad avere comportamenti cisgender ed etero con grave danno per la psicologia e per l’interesse della persona stessa.

C’è chi crede che l’educazione su queste condizioni (soprattutto in giovane età) porti ad una confusione o addirittura all’annullamento dei generi. Come farebbe comunicare queste persone con il mondo LGBTQI+?

Alle persone che vivono con l’idea che la condizione LGBTQI+ sia innaturale e/o sintomo di malattia il mio consiglio è quello di conoscere chi appartiene alla comunità per capire semplicemente che sono persone tanto quanto le altre.

Ad oggi manca una normativa in generale sull’educazione sessuale per le scuole. Come possono informarsi gli studenti e le studentesse?

L’Italia purtroppo è un Paese con molte prevenzioni rispetto alla sessualità che nel 2022 risulta ancora un tabù. L’educazione sessuale e/o affettiva nelle scuole resta ad oggi alla sensibilità delle scuole e spesso si ferma alle indicazioni per il sesso sicuro (sia per quantoriguarda le malattie sessualmente trasmissibili sia in termini di eventuali gravidanze non previste) ed è di norma eteronormativo e/o cisgender; non è pensata in termini più ampi nonostante ce ne sarebbe la necessità, soprattutto in alcune età specifiche come quella adolescenziale. Sempre più spesso i ragazzi richiedono l’intervento di associazioni che si occupano di queste tematiche e che quindi possono portare la loro esperienza e dare una serie di elementi di riflessione durante le autogestioni. Questo mette ulteriormente in evidenza una necessità di intervento a livello normativo.

Molte persone sono convinte che la società moderna voglia favorire le affermazioni di genere per i motivi più disparati, primo tra tutti quello economico legato all’indotto prodotto delle terapie ormonali e dalle pratiche chirurgiche. Cosa direbbe loro?

Gli spiegherei ad esempio di cosa si occupa e come opera la nostra associazione: offriamo gratuitamente supporto di accoglienza primaria, forniamo a tariffe calmierate il supporto psicologico (45 € a seduta, equivalente ad un ticket sanitario specialistico). Ci sono inoltre i gruppi di auto mutuo aiuto in cui è possibile accedere gratuitamente.

Per quanto riguarda invece il trattamento ormonale sostitutivo: le persone possono avvalersi delle nostre convenzioni o recarsi presso strutture ospedaliere in cui ci siano endocrinologi/ghe esperti in trattamenti ormonali cross-sex sempre al costo di un ticket sanitario.

Dal 2020, grazie all’agenzia italiana per il farmaco e agli istituti superiori della sanità del ministero della salute, le persone che accedono tramite il sistema sanitario nazionale possono avere gratuitamente i farmaci presso le farmacie ospedaliere o distrettuali del sistema sanitario.

Poi c’è l’iter legale: una persona con un reddito personale inferiore agli 11.700 euro ha la possibilità di accedere al gratuito patrocinio.. Per chi non può accedere gratuitamente a questi servizi abbiamo collaborazioni con avvocati/e che si occupano dei diritti delle persone LGBTQI+ con cui abbiamo formulato anche in questo caso degli onorari calmierati.

Per quanto riguarda infine la parte chirurgica: una volta che la persona ottiene l’autorizzazione da parte del tribunale può recarsi presso le strutture sanitarie del nostro Paese e a titolo gratuito potrà effettuare gli interventi. È evidente che non c’è dietro la volontà di arricchirsi ma di fornire un servizio efficiente per garantire alle persone con queste condizioni di compiere il proprio percorso.

Ci sono state situazioni che l’hanno delusa dal punto di vista professionale in questi anni? Quali invece la ripagano maggiormente?

Più che delusa rimango spesso stupefatta: che a livello universitario non ci siano ancora approfondimenti legati alla diversità in generale e al mondo LGBTQI+; che alcuni componenti politici abbiano espresso posizioni critiche rispetto all’adozione delle carriere alias; sentire che alcune aziende faticano ad assumere persone solo perchè parte della comunità LGBTQI+; vedere e sentire alcuni genitori che non supportano i propri figlie e le proprie figlie non riconoscendo la loro condizione.

Quello che invece è estremamente arricchente e gratificante sotto il mio profilo professionale, ma soprattutto umano, è avere contatti diretti con le persone.

Come nasce l’associazione SAT Pink di cui fa parte e quale copertura garantisce a livello nazionale?

La nostra associazione è nata a Verona 12 anni fa e si basa sulla collaborazione con professionisti/e: abbiamo un’équipe psicologica composta da 4 psicologi e psicologhe; collaborazioni con avvocati/e, collaborazioni con istituti di medicina estetica, studi di logopedia, 3 convenzioni con strutture ospedaliere: Ospedali Civili di Brescia, Ospedale Borgo Trento di Verona e l’ospedale universitario di Padova.

Ad oggi, oltre alla sede principale siamo operativi anche a Padova, Rovigo e Venezia in cui accogliamo richieste anche dalle città limitrofe.

Collaboriamo con altre associazioni sul territorio che si occupano come noi della questione LGBTQI+, di persone migranti richiedenti asilo LGBTQI+, di riduzione del danno per quanto riguarda il sex working.


Puoi avvicinarti a noi attraverso il sito satpink.it oppure tramite le pagine social IG, FB e Twitter. Hai inoltre la possibilità di sostenerci con il 5×1000 oppure fare donazioni come per qualsiasi associazione, che possono essere detratte dalla propria dichiarazione dei redditi.

Se stai cercando assistenza può esserti utile il sito infotrans.it è un gruppo di lavoro creato in collaborazione con l’istituto superiore di sanità e con le associazioni del territorio che mappa tutti i servizi a livello nazionale. Grazie alle F.A.Q. è possibile avere un primo approccio più semplice.


Sara Monaco