L’unico suono ecologico è quello della natura

Quando l’ecosostenibilità rischia di diventare una parola al servizio del business

Sin dal big bang degli eventi giovanili pop degli anni ’60 (primi su tutto Woodstock), la tematica dell’ecosostenibilità all’interno dello show business è sempre stata messa da parte tanto dagli artisti quanto dai partecipanti in favore della triade “sesso, droga e rock’n’roll”. Ultimamente invece l’evoluzione della pubblicizzazione degli eventi musicali si sta sempre più spostando verso la tematica dell’ecosostenibilità, cercando di spacciare molto spesso mele per pere. Il dibattito mainstream sul tema ecologico si sa è molto acceso e ovviamente si sta iniziando a fare i conti anche con i danni provocati dai grandi eventi musicali. 

È passato ormai più di un decennio da quando la band italiana dei Tetes de Bois lanciò il primo “concerto a pedali”, evento in cui il pubblico contribuiva ad alimentare il palco pedalando con le proprie biciclette collegate a una dinamo.

Più recentemente i Coldplay hanno rilanciato l’idea di gestire grandi eventi con la stessa filosofia green e per farlo si sono ispirati appunto al primo concerto alimentato dai fans della storia. 

Cavalletti collegati a una dinamo per alimentare un concerto dei Tetes de Bois

La band ha dichiarato che l’energia sfruttata dal loro palco durante il tour Music of the Spheres è totalmente “pulita” (grazie a una batteria sviluppata da BMW): “Il tour lascerà dietro di sé un’impronta ecologica positiva, assorbendo più anidride carbonica di quanta ne verrà prodotta” dichiara la band. 

La verità purtroppo è ben diversa e sviluppare grandi eventi completamente ecosostenibili è un’impresa difficilmente realizzabile ora e per il prossimo futuro.

Tutti abbiamo la responsabilità di impattare il meno possibile sul pianeta, ma quando ci troviamo le star del cinema e della musica a fare propaganda per la svolta ecologica, ci sembra un po’ tutto assurdo. Si mascherano da “green ambassador” personaggi che volano su jet privati in ogni parte del mondo, trasportando tonnellate e tonnellate di ferro su ruote per i loro tour. Ovvio, non dobbiamo mai fare di tutta un’erba un fascio e infatti di esempi virtuosi ne esistono e persistono da più di vent’anni. Un esempio di impegno continuo e cosciente si può sicuramente riscontrare nei Pearl Jam: la band di Seattle già nel 2002 investì oltre 150.000 dollari per colmare l’impatto ambientale dovuto alle registrazioni degli album e agli show live della stessa band. Nel 2009 produsse il brano Amongst the waves i cui ricavati furono destinati ai programmi di tutela della flora e della fauna negli Stati Uniti. Nel 2017, in occasione dell’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame, il frontman Eddie Vedder dichiarò: 

“Non possiamo passare alla storia come la generazione che non ha fatto tutto ciò che è umanamente possibile per risolvere la crisi ambientale, la più importante del nostro tempo”. 

Ovviamente questo non significa che i concerti della band siano ad impatto zero (sarebbe davvero impossibile) ma quantomeno tutti i membri della formazione hanno chiaro in testa quello che fanno (e che devono fare) per limitare i danni da loro stessi causati.

E poi c’è il nostro piccolo teatrino italico, dove le varie prese di posizioni degli artisti tricolore dimostrano come sia asciutta e priva di proposte anche su questo fronte la nostra povera nazione.

Il Jova Beach Party ad esempio si è mascherato sin dalla sua prima edizione come evento ecosostenibile. L’evento, ormai alla seconda inquinante edizione è quanto più di “ecoinsostenibile” si possa presentare nel panorama della musica italiana. A dirlo non siamo noi di 4:20 Republic ma le associazioni ambientaliste delle zone toccate dal Jova Beach Party. Oltre a concedere ad un privato il diritto di modificare uno spazio di interesse pubblico, le spiagge scelte per questo tour sono spesso riserve naturali o parti di esse. In alcuni casi sono stati predisposti palchi nei luoghi di nidificazione della fauna locale scaturendo la collera degli ambientalisti.

Oltre a tutto questo amore per il pianeta elargito da Lorenzo, c’è anche quello dei suoi sponsor come ad esempio Fileri. L’azienda, tra le tante attività ecosostenibili, è dedita all’allevamento intensivo di pollame, possedendo una delle filiere più ramificate del nostro Paese. Se da un lato gli allevamenti intensivi non vengono catalogati come “ecosostenibili”, dall’altro Jova si dichiara vegetariano da anni!

Ma non c’è solo Lorenzo Cherubini a lucrare sulla tematica più importante del nostro secolo… il caso di Back to the Future (il nuovo show di Elisa Toffoli) segna una presa di coscienza per l’artista che in passato, non si è mai posta il problema di quanti tir girassero per la penisola con l’attrezzatura del suo tour. Ora a quasi cinquant’anni sembra essere diventata la sua prima preoccupazione (o almeno quella dei suoi sponsor).

“Ice Waterfall” del fotografo Paul Nicklen. Utilizzata dai Pearl Jam per la copertina di “Gigaton”

L’istituzione di un organo vigilante in merito alla questione è certamente necessario. 

Un’attenzione particolare va ad un progetto in essere da diversi anni: Reverb. L’azienda no profit ha l’obiettivo di pianificare la realizzazione di concerti riducendo al minimo l’impatto sull’ambiente attraverso l’utilizzo di biocarburanti per i mezzi di trasporto degli strumenti e dei musicisti mediante la creazione di stazioni idriche gratuite nelle location che ospitano gli eventi. In pochissimi anni Reverb ha consentito una riduzione di 120.000 tonnellate di CO2 e l’eliminazione di oltre 3 milioni di bottiglie di plastica. La riduzione del biossido di carbonio e un miglioramento nella gestione dei grandi eventi culturali come i concerti sono stati anche le problematiche principali affrontate dal progetto ZEN (Zero Impact Cultural Heritage Event Network), che ha visto la regione Umbria protagonista. Un ciclo di studi ed incontri che riuniscono organizzazioni europee, enti locali ed università di 12 nazioni con l’obiettivo di fornire una serie di linee direttive agli organizzatori di grandi eventi culturali in tutto il mondo.

C’è da scommettere che a fare la prossima mossa per saldare il legame fra musica e natura saranno in molti. Spero lo facciano saggiamente e per profonda convinzione personale, non per vendere più biglietti.


Sara Monaco