Yayoi Kusama

Il suo caschetto arancione è diventato qualcosa di iconico, come se – peraltro – il suo personaggio non lo fosse già a sufficienza. 

Installazioni tridimensionali, performance di body painting e dipinti completamente astratti sono la cifra stilistica di una donna che dell’arte ha fatto la sua vita e che della sua vita ha fatto un’arte. Si, perché per Yayoi Kusama, tra le più note artiste giapponesi ancora tra noi, il confine tra l’esistenza e la sua rappresentazione artistica è qualcosa di davvero labile, come se l’una avesse bisogno dell’altra, e anzi la seconda fosse una sorta di antidoto alla prima. Nata nel 1929 a Matsumoto, in Giappone appunto, Yayoi Kusama era figlia di una famiglia dell’alta società, ed iniziò fin da piccola ad avere allucinazioni visive e uditive, percependo un’aura particolare intorno ad alcuni oggetti e sentendo gli animali parlare. Il suo modo di “reagire” fu proprio quello di appoggiarsi all’arte: con l’ausilio di una matita inizia a riprodurre ciò che fa parte del mondo, scoprendo il fascino della pittura ed il suo potere di esorcizzare la paura. 

L’artista giapponese più discussa d’America è la regina non solo del movimento hippie ma anche della rivolta omosessuale attiva negli anni ’60 in America

Ai genitori, però, questa sua passione non piace, anzi sognano per lei un destino più tradizionale. Ecco perché la Kusama inizia a sognare di lasciare il Giappone. È così che, complice l’incontro con la pittrice Giorgia O’Keeffe, abbandona il suo Paese d’origine per recarsi negli USA, prima a Seattle e poi a New York, la NY di Warhol e Castelli, dove inizia a dar vita alle sue opere, sfidando i tabù che le erano stati imposti, quello sessuale in primis. Ecco perché la Kusama – ribattezzata poi la sacerdotessa del pois proprio per la sua passione per questa forma, con cui rivestiva tutto ed esorcizzava le sue paure – è nota soprattutto per opere ed installazioni “di rottura”, come One Thousand Boat Show, opera del 1964 in cui sfidò il patriarcato attraverso innumerevoli forme falliche, o la performance del 1966 quando si sdraiò su un marciapiede della East 14th Street attorniata da pois e falli, ancora. Negli anni l’artista giapponese diventa famosa proprio grazie anche alle sue celebri “soft sculptures”, che riproducono organi sessuali maschili, un evidente tentativo di esorcizzare l’attrazione-repulsione nei confronti dell’educazione sessuale impartitale in Giappone.

A New York si guadagna anche l’appellativo di “regina degli hippie” grazie alle performance artistiche che organizza con uomini e donne nudi e in atteggiamenti inequivocabili, performance feroci, assolute, vere, frutto di allucinazioni reali per cui i critici coniano anche il termine “obsessional artist”, l’artista delle ossessioni. Il movimento degli hippie, del resto, prevedeva una ribellione alla meccanizzazione e informazione della cultura americana tramite il “ritorno alla natura” e la liberazione sessuale.

Un pensiero è molto in linea con quello di Yayoi che decide non a caso di unirsi a loro dando origine a nuova arte: i Kusama Happenings, appunto, vale a dire eventi in cui i corpi delle persone vengono dipinti con pois e in seguito si esprimono in atti sessuali espliciti di gruppo. Naturalmente tutto ciò acquista successo in poco tempo e porta l’artista giapponese ad essere la donna più discussa d’America e la regina non solo del movimento hippie ma anche della rivolta omosessuale attiva in quegli anni in America. 

Yayoi, che non parteciperà mai in prima persona agli Happenings ma ne sarà solo la coreografa, nel 1968, sempre a New York, metterà in scena quello che dichiarerà essere “il primo matrimonio omosessuale mai realizzato negli Stati Uniti”. 

Ma gli anni passano e i suoi demoni la infastidiscono sempre più, tanto che nel ’75 torna in Giappone, dove “cura” le sue molte ossessioni e recentemente pubblica la sua prima, ed unica, autobiografia.Assolutamente da leggere. 

Yayoi Kusama

Angela Dessì