Dal Razionalismo neoclassico all’espressività modernista

Due correnti artistiche viste da sempre in opposizione tra loro: ma è davvero così? O meglio, è solamente questo? Lo scopriamo a Barcellona.

Molteplici i termini, i riferimenti e gli approcci all’arte nel corso del XVIII e XIX secolo, ciclicamente e volutamente in contrapposizione tra loro, proprio perché di volta in volta nati in risposta a nuove esigenze, nuove funzioni, nuovi modi di vivere la società e la spiritualità, perché no. Partiamo quindi da questo presupposto: anche gli stili più differenti ed in aperto contrasto partono da un punto saldo comune in quanto voluti, ideati e messi in atto a seguito di avvenimenti particolari o, più semplicemente, della maturazione di ideali e bisogni specifici. Per averne una chiave di lettura basta quindi capire quali questi fossero.

I fratelli Eiffel proposero alla città la realizzazione della famosa torre metallica, idea bocciata perché considerata troppo onerosa

Allontaniamoci allora dai concetti decisamente inflazionati (ed inutili in questo caso) di bello e brutto per cercare i come ed i perchè.

Benché la cultura artistica e letteraria della seconda metà del Settecento ed inizio Ottocento sia attraversata da numerose sollecitazioni di rinnovamento e più d’uno siano gli stimoli e le suggestioni per le arti visive, la componente più persuasiva fu quella classicistica. La passione per l’Antico, mai spenta dopo la fiammata rinascimentale, tornó in auge, nel secolo dei lumi, grazie anche all’enorme diffusione di stampe e di libri, nonché ai viaggi ed all’internazionalismo della cultura; quest’ultimo aspetto in particolare ebbe espressione proprio a Barcellona, sul Montjuic o nell’area urbana, stimolando tra l’altro il rinnovamento delle infrastrutture. Tradizione vuole che durante uno di questi eventi i fratelli Eiffel proposero alla città la realizzazione della famosa torre metallica, idea bocciata perché considerata troppo onerosa.

Il piacere per lo studio, l’espressione della cultura antiquaria, la formazione del conoscitore e dell’amatore, l’ambientazione all’antica che questo stile rende magistralmente sono ingredienti fondamentali della modernità neoclassica.

A. Gaudi – Casa Batllò – Pg de Gracia, 43 Barcellona

Il Neoclassicismo fu la logica conseguenza sulle arti del pensiero illuminista. Nel rifiutare gli eccessi del Barocco e del Rococò, movimenti che ben interpretavano invece i sentimenti delle classi dominanti e dei governi dispotici, il Neoclassicismo guardava all’arte dell’antichità classica, specialmente a quella della Grecia che si era potuta sviluppare grazie alle libertà di cui godevano le poleis. Chiaro quindi il desiderio di tornare all’antico e la volontà di dar vita ad un nuovo linguaggio; chiarissimo, lampante diremmo, il fatto che si tratti di un linguaggio legato comunque alla classe nobile, perlomeno dell’alta borghesia, colta, erudita e con mezzi sufficienti per permettere una vita sostanzialmente agiata, durante la quale viaggiare e studiare, partecipare ad esposizioni e mostre. Nessuna critica a questa società, ci mancherebbe, solo una lettura del contesto.

Caratteristica curiosa poi quella legata alla erronea lettura delle architetture classiche. Furono ripresi in questi secoli, o iniziati, scavi molto importanti, tra cui Pompei, Ercolano ed alcuni dei templi in Italia, oltre a quelli in Grecia che tutti conosciamo; l’architettura neoclassica era bianca, o una gradazione di bianco, in onore alle architetture classiche appunto ed in linea con un ideale di sobrietà ed eleganza assoluta. Peccato che quelle architetture tanto ammirate fossero tutt’altro che bianche; i colori originari, primari, contrastanti ed intensi avrebbero fatto rabbrividire qualsiasi teorico razionalista.

Particolare degli interni di Casa Batllò

Per quanto concerne il codice-stile, la maggiore differenza che si coglie al passaggio tra il Rococò e il Neoclassicismo risiede nella forte prevalenza del lineare rispetto al pittorico, intesa come il dominio della ragione sul sentimento: 

“Quanto più una linea racchiudeva pochi corpi semplici, disposti frontalmente come in un ideale bassorilievo, tanto più essa, per l’artista neoclassico, poteva esaltare la funzione”. 

(C. MALTESE)

Il carattere lineare divenne espressione di una intenzionalità progettuale propria di tutta l’arte neoclassica. In particolare, il principio di corrispondenza tra forma e funzione statica portò al calcolo scrupoloso degli sforzi e delle resistenze dei materiali, rivalutando, sul piano estetico, la ricerca scientifica degli ingegneri; nasce però in questo momento storico (e finalmente, direi io…) la figura dell’architetto riconosciuto accademicamente come tale.

L’uso degli ordini e di timpani, la simmetria di prospetti e piante, la corrispondenza tra interni ed esterni e il ricorso a volumi chiari nella definizione dei vari corpi di fabbrica, divennero elementi caratterizzanti della composizione architettonica. Tuttavia, nonostante l’apparente rigidità delle regole combinatorie, il codice-stile si rivelò abbastanza flessibile, spaziando dal minimalismo alla articolata conformazione che spesso caratterizzò gli ambienti interni. Gli ideali di purezza formale maturati nell’età neoclassica portarono ad un’estrema autonomia dell’impianto architettonico dalle altre componenti (pittura e scultura). Le fastose decorazioni pittoriche dei soffitti, che avevano raggiunto l’apice nell’epoca precedente, tramontarono definitivamente. Notevoli innovazioni furono apportate soprattutto in urbanistica, negli interventi promossi dal Settecento all’Ottocento in Inghilterra, Francia e Russia, con la formazione di ambienti e complessi urbanistici formati dall’aggregazione di singole unità edilizie.

In ogni caso, il maggior influsso esercitato dall’Illuminismo in campo architettonico non è tanto riscontrabile nel linguaggio, ma nella tipologia, poiché alcuni archetipi edilizi come teatri, biblioteche, ospedali ed altre architetture di pubblica utilità, si prestavano più di altre ai mutamenti; nacque quindi l’architettura utile, fruibile da chiunque, accessibile ed in scala più umana, progettata per il bene comune. 

Vediamo quindi come uno stile approcciato dalle persone più abbienti diviene mezzo per attrezzare, e non solo abbellire, le città moderne. Diventa pubblico. 

Gli architetti più importanti del periodo? Nominiamo Memmo, Lodoli, Milizia, Piermarini, Valadier (e dovremmo aprire una lunghissima parentesi sugli approcci neoclassici sul tema restauro…), Selva e tanti altri; per la Francia i famosissimi Gabriel, Durand, Soufflot; nella grande Barcellona da menzionare le opere di Antonio Ginesi per il cimitero monumentale di Poble Nou che si suddivide in 4 zone che riflettono la diversità e la storia della città. Tra queste spiccano per ricchezza artistica il Recinto dei Pantheon, la Cappella, la parrocchia di Santa Maria del Mar e il sepolcro de “El santet”. Molti famosi architetti della città hanno lavorato nel cimitero, lasciando traccia di un linguaggio eclettico e variegato, producendo pantheon modernisti, neogotici, neo bizantini e neoclassici.

Particolare del Cimitero Monumentale di Barcellona

Passano decenni e la nuova svolta ha molti nomi: Nieuwe Kunst, Liberty, Jugendstil, Art Nouveau…Modernismo Catalano in questo caso. Di nuovo, uno stile internazionale, ma che ora non segue più canoni, leggi e simmetrie che pur adattabili, rimangono tali. Stavolta il linguaggio diventa assimilabile alla cultura stessa dalla quale è adottato, assumendo caratteristiche inaspettate che prendono vita da innumerevoli fonti ed ispirazioni del passato, perchè sì, si tratta di uno stile nuovo, ma che ricicla e reinventa, riassembla tasselli e tecniche con maestria e libertà. Caratteristiche comuni e riconoscibili sono l’intenzione di fondere le arti maggiori e minori, accomunando tanto l’architettura quanto i suoi paramenti con lo stesso linguaggio e facendo crollare la tradizionale differenziazione tra involucro esterno e spazio interno, ovvero tra contenitore e contenuto; ed ancora, si notano l’ispirazione alle forme naturali e curvilinee, esenti da rigide simmetrie ma di un’inedita armonia ed eleganza. Si tratta in molti casi di eclettismo, seppur poco evidente forse perché mascherato da abilissima abilità nelle tecniche artigianali.

Siamo ormai negli ultimi decenni del XIX secolo e sotto la facciata del benessere diffuso di questo periodo storico, o comunque propagandato visto lo sviluppo della stampa e della grafica anche a scopi pubblicitari, covano però le contraddizioni di una società fortemente divisa in classi. La maggior parte dei capitali è concentrata nelle mani dei soliti e la risposta dei grandi governi europei è spesso suggerita dai gruppi industriali che dettano le regole del vivere comune, dalla politica nazionale a quella internazionale. Come accaduto in un passato non poi così lontano, si chiede democrazia; democrazia anche nella produzione, dove le piccole imprese artigiane si vedono schiacciare dalla concorrenza industriale e la figura dell’operaio diventa emblematica.

La vera risposta sono le Arts and Crafts, associazione fondata nel 1888 da W. Morris che si prefigge di conciliare la produzione industriale, ormai insostituibile ed inattaccabile, con l’arte, in modo tale che ogni oggetto, seppur realizzato in serie ed a basso costo, mantenesse un bel disegno e godesse di un certo pregio artistico. Qui nasce il modernismo. Per correttezza occorre ricordare il lato oscuro di questo stile: questa espressione artistica venne interpretata troppo spesso come una fuga, un rifugio da parte della classe borghese che si sentiva insicura politicamente, nell’illusione del decorativismo. Il legame alla classe dominante rimane quindi ben saldo; i committenti, che affidavano appunto agli architetti le loro richieste, erano persone abbienti, facoltose.

Per Barcellona ricordiamo Gaudì quale esponente massimo di questo linguaggio, che fece suo e potenziò sino a limiti inimmaginabili, tra scelte stilistiche ed ingegneristiche. Conosciamo tutti le sue opere e le loro caratteristiche, in un tripudio di colori e di luminosità, edifici con volumi organici in continuo mutamento, fortemente legati alle tecniche artigianali ma anche al territorio catalano ed alle sue tradizioni artistiche. Anche per lui i principali committenti furono ricchi industriali, motivo per cui tra i suoi progetti ricordiamo abitazioni mono e plurifamiliari (Casa Batllò e Casa Mila, Casa Vicens e Palacio Guell); altre opere furono però sovvenzionate dagli stessi per la comunità, come Parco Guell, o nate grazie alle offerte inarrestabili nei decenni, come per la Sagrada Familia, a testimonianza del fatto che un legame tra il pubblico e ciò che è esclusivamente privato privato è sempre possibile.


Giorgia Basili