La Corrida, una tradizione culturale da preservare o una pratica anacronistica e violenta? 

Sono in molti oggi a battersi per l’abolizione di questa pratica. E noi di 4:20 Republic siamo tra quelli

Ha ancora senso oggi, nel 2022, la Corrida? In un intero numero dedicato alla Spagna, non potevamo non domandarcelo, considerato che la Corrida costituisce da sempre un grande classico della cultura spagnola. Se la corrida de toros, infatti, è un tipo di tauromachia di antica provenienza e diffusione (corse e lotte con i tori si organizzavano già nell’antica Grecia e poi presso gli Etruschi e i Romani, ma ci sono testimonianze di caccia ai tori anche in Piazza San Paolo a Venezia) sono state proprio la Spagna ed alcuni Paesi dell’America Latina a darle una vera e propria dignità storica, trasformandola in una festa, in un rito, caratterizzante la propria cultura. Le prime gare di tori in Spagna risalgono alla fine dell’800 dopo Cristo, mentre la prima scuola di tauromachia nasce a Siviglia nel 1670 e viene ufficializzata nel 1830: nel 1723 Filippo V la proibì per quasi venticinque anni, ma Ferdinando VI, il suo successore, la concesse di nuovo ai propri sudditi. Era l’epoca dei Lumi e già allora la stragrande maggioranza dei nobili, degli aristocratici e degli intellettuali si opponeva alle corride e ne chiedeva apertamente l’abolizione in nome del trionfo della ragione e della civiltà, ma esse invece resistettero, e divenne il popolo ad “impossessarsene”. 

Sono state  la Spagna ed alcuni Paesi dell’America Latina a dare alla Corrida, già esistente ai tempi dei greci e dei romani, una vera e propria dignità storica

Nacque così la corrida come siamo abituati a considerarla, con il torero – eletto a novello eroe – che appiedato arpionava, combatteva e uccideva con la spada il toro. Anche nella letteratura il topos si spreca. Basti pensare a Morte nel pomeriggio di Hemingway, opera interamente incentrata proprio sulla Corrida e ciò che le ruota intorno, ma anche Fiesta o Per chi suona la campana, mentre in Italia possiamo ricordare Il toro non sbaglia mai, di Matteo Nucci, che narra l’incontro tra un torero fallito ed un italiano incuriosito dalla kermesse. Eppure, la Corrida nei secoli non ha fatto che attrarre su di se polemiche ed accuse ed oggi, a ben guardare, le perplessità sulla manifestazione cruenta sono ancora più evidenti, complice l’idea (dalla quale noi non ci distacchiamo certo) che si tratti di un rito barbaro, dai più detestato, che viene mantenuto in vita solo o soprattutto per ragioni di business, prima ancora che di tradizione. Del resto, un recente sondaggio sul gradimento della manifestazione ha mostrato che solo il 15% della popolazione sarebbe favorevole, mentre già nel 2010 il governo della Catalogna aveva votato una legge per disporne il divieto assoluto. Peccato che nel 2016 il governo di Madrid abbia annullato il divieto deciso a Barcellona, considerandolo “contrario alle leggi dello Stato” e imponendo alla Catalogna di salvarla perché “patrimonio culturale immateriale” di tutta la Spagna. Un braccio di ferro anche in terra spagnola che si è trascinato sino ai giorni nostri. La pandemia ha infatti riaperto il dibattito sui rischi sanitari e sui finanziamenti pubblici europei destinati a questo tipo di manifestazioni, anche grazie all’azione svolta dalle associazioni animaliste, la Lav in primis, che da tempo definiscono la Corrida come “una tortura legalizzata inflitta al toro senza alcuno scopo”. 

A ridestare il vespaio è stata una video-investigazione internazionale svolta dall’Unità Investigativa della Lav insieme ad altre associazioni (Animal Guardians e Avatma Associazione dei Veterinari per l’abolizione della Tauromachia e del maltrattamento animale) che nel riprendere l’evento a Siviglia, Madrid e Algemesi mostrano vere e proprie sevizie sugli animali: in molti casi il matador colpisce il toro con l’estoque in maniera non corretta, causandogli gravi e lente emorragie fino alla morte in un lento soffocamento. In altri casi quando l’animale subisce il “colpo di grazia”, la puntilla (pugnale) viene conficcata più volte tra atroci sofferenze. Oltre a questo, i video mostrano l’incuria nella gestione sanitaria del toro colpito a morte, con il sangue lasciato ad imbrattare l’arena e l’animale condotto alla macellazione interna senza controlli serrati, ancora più gravi al tempo del Covid. Se a questo si aggiunge che nel 2015 il Parlamento europeo ha approvato un emendamento al bilancio 2016 che prevede “che non si debbano utilizzare fondi della Pac né di qualsiasi altra linea di finanziamento europeo per sostenere economicamente attività taurine che implichino la morte del toro”, si comprende come – forse – l’obiettivo dell’abolizione sia tornato ad essere cavalcato da molti. Del resto, proprio un sondaggio del 2020 realizzato dal Ministero della Cultura spagnolo palesa come la manifestazione cruenta sia in caduta libera, con gli spettacoli nelle arene che nel 2019 sono diminuiti del 63,7% rispetto al 2007. Un buon segno, che tuttavia va a braccetto con un altro decisamente meno rincuorante: nonostante questo drastico calo di interesse, gli allevamenti di tori destinati alle corride nello stesso 2019 sono invece aumentati da 1327 a 1339. L’auspicio, almeno per noi di 420 Republic, è che questa tradizione cruenta e ormai priva di qualsiasi logica di contatto con la realtà, venga a breve definitivamente abolita, restando solo un’immagine “tradizionale” da evocare su poster e cartoline, sempre che qualcuno la preferisca a simboli e retaggi culturali ben più nobili ed edificanti.

La pandemia ha riaperto il dibattito sui rischi sanitari e sui finanziamenti pubblici europei destinati a questo tipo di manifestazioni, anche grazie all’azione svolta dalle associazioni animaliste


Angela Dessì