Ricerca e sviluppo sulla cannabis: diamo uno sguardo alla Spagna

L’uomo ha da sempre messo in atto il suo ingegno e le sue capacità pratiche per migliorare la propria condizione sociale, economica e di salute. Da quando i primi esseri umani hanno intuito che lavorare la pietra con tecniche precise poteva essere utile per creare strumenti vantaggiosi per la caccia, il processo di ricerca e sviluppo è stato inarrestabile. Ad oggi godiamo di strabilianti tecnologie che ci consentono di vivere una vita agiata e confortevole (per chi ha la fortuna di poterne usufruire).

Che cosa s’intende per sviluppo e ricerca (R&S)?

Per prima cosa cerchiamo di dare un’idea di cosa si intende per ricerca e sviluppo: si tratta di un settore dedicato a quelle attività che l’uomo impiega per scoprire nuovi prodotti, affinare strumenti e tecnologie volte all’utilizzo e ottimizzazione delle risorse che la natura ci offre.

Tutti i settori investono buona parte delle loro risorse in R&S, in quanto il comparto rappresenta il volano della crescita della società umana: che sia un’azienda privata, un’industria, un’università o un artigiano, puntare su ricerca e sviluppo è fondamentale per progredire e migliorare, raggiungere nuovi obiettivi e garantire il progresso della specie.

La ricerca scientifica sui cannabinoidi in oncologia

Nei prossimi paragrafi parleremo di ricerca scientifica spagnola, toccando un tema molto delicato e interessante: l’attività antitumorale dei cannabinoidi.

Grazie al duro lavoro di ricerca, svolto dal gruppo di scienziati guidati dalla dottoressa Cristina Sanchez e dal dottor Guillermo Velasco dell’Università Complutense di Madrid, oggi siamo in grado di capire come i cannabinoidi arrestano la crescita e la progressione del cancro..

Il sistema endocannabinoide nel tumore

La dottoressa Sanchez riferisce che il sistema endocannabinoide, che normalmente regola il bio-equilibrio  dell’organismo, è estremamente alterato nei processi tumorali. Tramite studi su cancro al seno è stato osservato che i recettori cannabinoidi (in particolare il CB2) sono espressi in modo esagerato nelle cellule e nel microambiente tumorale. Da questo punto di partenza si può ipotizzare che il sistema endocannabinoide nel cancro possa svolgere un ruolo determinante nel controllo della generazione e della progressione del tumore. Per questo motivo il sistema endocannabinoide risulta essere un efficiente bersaglio terapeutico per nuove strategie antitumorali tramite terapie con cannabinoidi e come biomarcatore diagnostico.

Come funziona la ricerca scientifica: dagli studi sulle cellule alle sperimentazioni sull’uomo

Per studiare gli effetti biologici di una nuova molecola, ad esempio l’attività antitumorale del THC e del CBD, bisogna attuare un lungo processo sperimentale.

La prima fase è detta ricerca pre-clinica in vitro, consiste nell’effettuare degli esperimenti per testare il farmaco (THC e CBD) su cellule tumorali ottenute da biopsia, che vengono coltivate in vitro e mantenute vitali. Infatti tramite tecniche di coltura cellulare è possibile studiare il comportamento delle cellule al di fuori dell’organismo vivente, in ambiente controllato che riproduce fedelmente il microambiente dell’organo da cui le cellule derivano. 

Dopo aver raccolto dei dati soddisfacenti dagli esperimenti in vitro si passa alla ricerca sperimentale in vivo. In questa fase il nuovo farmaco viene testato su animali da laboratorio (solitamente nei ratti) in cui viene indotto un tumore specifico per osservare la risposta al trattamento con il THC. Se il farmaco produce risposte ottimali in termini di rallentamento della crescita tumorale (efficacia del farmaco) e sicurezza (cioè non provoca morte), si procede con la fase di ricerca successiva.

Ci tengo a sottolineare che in queste prime due fasi di ricerca pre-clinica sia il CBD che il THC hanno mostrato attività antitumorali in termini di:

– blocco del ciclo cellulare delle    cellule neoplastiche;

– inibizione dell’angiogenesi (la crescita di nuovi vasi sanguigni)

– riduzione delle metastasi, processo che rende estremamente aggressivo il cancro.

L’ultima parte della ricerca scientifica è quella sull’uomo, definita ricerca clinica. Si giunge a questo livello solo ed esclusivamente se le fasi di ricerca preclinica hanno avuto successo e fornito dati incoraggianti. Questa è sicuramente la ricerca più complessa, in quanto si articola in ulteriori step prima di poter immettere in commercio il nuovo farmaco, nel nostro caso i cannabinoidi.

N.B. Solitamente la ricerca clinica (per qualsiasi farmaco) viene condotta da aziende farmaceutiche, poiché richiede ingenti investimenti per l’arruolamento dei pazienti e per istituire un protocollo che testi l’efficacia e la sicurezza del nuovo trattamento.

Concludiamo l’excursus sulle fasi della ricerca sperimentale affermando che negli ultimi decenni la cannabis e i cannabinoidi hanno suscitato un enorme interesse del mondo scientifico. Infatti sono decine di migliaia le ricerche precliniche (in vitro e in vivo) sull’argomento, ma ahimè sono pochissime quelle cliniche soprattutto nell’ambito oncologico.

Ricerca pre-clinica dell’effetto antitumorale dei cannabinoidi

Ritornando alla ricerca spagnola, nel 2016 il gruppo di studio di scienziati dell’università madrilena ha pubblicato sulla rivista scientifica Current Oncology il meccanismo antitumorale dei cannabinoidi, mettendo in luce la capacità di questi principi attivi di ridurre la crescita tumorale in modelli animali di cancro. Gli scienziati affermano che i cannabinoidi sono in grado di arrestare la crescita e la sopravvivenza delle cellule tumorali, di inibire l’angiogenesi e le metastasi di diverse tipologie tumorali in animali da laboratorio. (1)

Ricerca clinica: i cannabinoidi nel tumore al cervello

Come accennato in precedenza, nonostante gli studi preclinici siano promettenti sia in termini di efficacia che di sicurezza sull’uso dei cannabinoidi in oncologia, ad oggi vi è un solo studio clinico pubblicato sull’uso dei cannabinoidi come terapia antitumorale.

Si tratta di uno studio clinico multicentrico (coinvolge 7 ospedali nel Regno Unito e 3 in Germania) controllato con placebo condotto su 21 pazienti con tumore al cervello. Lo studio è stato finanziato dall’azienda farmaceutica GW Pharmaceuticals e pubblicato sul British Journal of Cancer.  L’obiettivo primario dello studio è stato testare il Sativex® (farmaco orale a base di THC e CBD in rapporto 1:1) in co-terapia con la temozolomide (antitumorale) su pazienti con glioblastoma recidivante (tumore al cervello molto aggressivo), per valutarne l’efficacia e la sicurezza osservando la frequenza e la severità degli effetti avversi. Gli obbiettivi secondari erano osservare l’assenza della progressione tumorale a 6 mesi di trattamento e la sopravvivenza ad un anno.

Dei 21 pazienti arruolati, 12 sono stati trattati con Sativex® e antitumorale e 9 con placebo (nessun trattamento) e antitumorale. Il gruppo trattato con cannabinoidi ha mostrato una sopravvivenza a un anno e a due anni di trattamento doppia rispetto al gruppo trattato con placebo. (2)

Sicuramente sono necessari ulteriori studi clinici che coinvolgano un maggior numero di pazienti per poter raccogliere ulteriori dati.

La cannabis come cura palliativa in oncologia

Attualmente la cannabis è utilizzata con successo in oncologia come cura palliativa, cioè per la gestione degli effetti collaterali dei chemioterapici, i quali provocano dolore, nausea, vomito e perdita dell’appetito. Inoltre risulta efficace anche nel miglioramento del tono dell’umore dei pazienti oncologici che inevitabilmente vanno incontro ad ansia, depressione e insonnia. In tutte queste situazioni il trattamento con cannabis risulta sicuro ed efficace, senza effetti collaterali e restituisce una buona qualità della vita al paziente. In Italia è possibile accedere alla terapia con cannabis medica come cura compassionevole e palliativa.

Qual è la situazione spagnola nel settore della cannabis?

Dopo questa full immersion nella ricerca scientifica, ci trasferiamo virtualmente nella regione spagnola dell’Andalusia, per descrivere l’esperienza di Relashlab, una solida realtà che dal 2017 opera nel settore della cannabis specializzata nella coltivazione di varietà ad alto contenuto di CBD. L’obiettivo di quest’azienda è condurre una ricerca botanica finalizzata alla selezione di nuovi fenotipi di cannabis ad alto contenuto di CBD coltivati in strutture controllate indoor. Infatti il connubio tra tecnologia e rispetto della natura sono l’etichetta che contraddistingue il lavoro di quest’azienda che propone infiorescenze di alta qualità.

Ho avuto il piacere di intervistare Davide, capo grower di Relashlab, un giovane italiano emigrato in Spagna per seguire la sua passione e lavorare con la pianta di cannabis. Dalle sue parole emerge un quadro piuttosto critico nei confronti delle istituzioni spagnole sulla regolamentazione del settore della cannabis. Infatti ci spiega che al di fuori della tolleranza nei confronti dei cannabis social club di Barcellona (stato indipendente dalla Spagna), il governo non ha ancora legiferato in materia di cannabis medica: purtroppo i pazienti non possono accedere alla cannabis come terapia medicinale come avviene in Italia (anche se con enormi difficoltà).

Inoltre vi è un grigio normativo anche sul settore della cannabis ad alto contenuto di CBD, che non permette alle aziende di fare sviluppo e ricerca sulla pianta, rallentando un processo fondamentale per la crescita delle aziende e quindi del settore. 

Riflettiamo insieme

Da questa analisi ci viene subito in mente che anche l’Italia di fatto naviga nello stesso vuoto normativo in tema di coltivazione e distribuzione di derivati della cannabis ad alto contenuto di CBD. La riflessione finale è che vi sia un enorme timore dei governi nel liberalizzare la coltivazione della cannabis e che la loro direzione sia di concedere a pochi “privilegiati” la possibilità di lavorare con questa pianta. In questo modo l’uomo persevera nell’errore di decidere arbitrariamente il destino di una importante specie botanica. Le conseguenze di questa imposizione sono già visibili sia sulla salute umana che su quella del pianeta, in termini climatici e ambientali. Da millenni il rapporto tra cannabis e uomo è stato proficuo per entrambe le specie e non può essere in nessun modo interrotto: l’energia di questa pianta è fondamentale per il benessere dell’uomo che contraccambia con le sue cure e provvede da sempre a diffonderla in tutto il mondo. 

Saranno necessarie ancora tante battaglie per restituire la cannabis alla sua Natura e per essere vincenti abbiamo bisogno di condividere energia positiva tramite queste letture, accompagnando il tutto con tanta passione e continua ricerca!


Giuseppe Battafarano

Bibliografia

  • Velasco et al. (2016) Anticancer Mechanism of Cannabinoids. Current Oncology
  • Twelves et al. (2021) A phase 1b randomised, placebo-controlled trial of nabiximols cannabinoid oromucosal spray with temozolomide in patients with recurrent glioblastoma. British Journal of Cancer