AVVIARE UNA COLTIVAZIONE IN ITALIA

Oggi in Italia è consentito coltivare in assoluta legalità la canapa, a condizione che vengano utilizzate le varietà ammesse nell’Unione Europea

Con la fine del lockdown, il mondo della canapa legale sta vivendo una nuova euforia confermata anche dal sentimento assolutamente positivo che si è registrato alle  ultime fiere tenutesi a Roma e a Bologna. A detta degli espositori, un rinnovato interesse da parte dei visitatori ad avviare progetti a tutti i livelli della filiera con l’obbiettivo di cavalcare l’onda di un settore in continua crescita.

Aprire un grow shop, avviare una coltivazione, oppure un’attività di trasformazione, sono tante idee ma con un minimo comune denominatore, vale a dire la comune diffidenza verso un settore in cerca di un’identità e di una dignità che politica ed economia non riescono a dargli.

Gli aspiranti imprenditori sono spesso frenati a causa di una normativa incerta e talvolta interpretata in modo  contraddittorio. Sebbene la legge italiana da un lato promuova la coltivazione di canapa e addirittura la incoraggi, grazie alla ormai nota legge n. 242 del 2016, d’altro registra il contrasto giurisprudenziale sulla materia che ha contribuito ad alimentare le incertezze.

Ad ogni buon conto, gli aspiranti imprenditori agricoli possono stare tranquilli, oggi in Italia è consentito coltivare in assoluta legalità la canapa, a condizione che vengano utilizzate le varietà ammesse nell’Unione Europea (Registro Europeo delle Sementi), con un tenore di THC (Tetraidrocannabinolo) inferiore allo 0,2% e che sia seguita la procedura stabilita dalla Circolare del MIPAAF n.1 dell’8.5.2002.

È bene precisare, infatti, che la legge del 2 dicembre 2016 n. 242 non si applica a tutte le varietà di coltivazioni di canapa, ma solo a quelle inserite, ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002, nel catalogo comune delle varietà di specie delle piante agricole ottenute tramite sementi certificati (art. 1 Legge n. 242/2016) le quali, per questo motivo, non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico in materia di stupefacenti e sostanze psicotrope. Quindi, in base alle indicazioni aggiornate periodicamente tramite il catalogo europeo, è possibile intraprendere coltivazioni di canapa, nelle varietà certificate ed ammesse (coltivazioni di cannabis Sativa).

Anche per quanto riguarda la diatriba giurisprudenziale sulla legalità delle infiorescenze, ovvero sul fatto che andrebbero escluse dalla tutela della L. n.242/2016, per essere ricondotte nell’ambito della L. 309/1990, dal punto di vista del coltivatore, non vi sono problemi reali.

La circolare n. 5059 del 22 maggio 2018 del MIPAAFT (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) ha precisato, infatti, che le infiorescenze della cannabis sativa legale, da cui si ricavano i prodotti quali hashish e marijuana, pur non essendo citate espressamente dalla legge n. 242 del 2016 né tra le finalità della coltura né tra i suoi possibili usi, rientrano nell’ambito dell’articolo 2, comma 2, lettera g), rubricato, Liceità della coltivazione. Ossia, nell’ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo, purché tali prodotti derivino da una delle varietà ammesse, iscritte nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, il cui contenuto complessivo di THC non superi i livelli stabiliti dalla normativa, e sempre che il prodotto non contenga sostanze dichiarate dannose per la salute dalle istituzioni  competenti.

Di fatto, come appena visto, ad oggi non servono permessi o autorizzazioni particolari per coltivare la canapa, a condizione che si rispettino le regole appena elencate.

Sotto un profilo fiscale, la prima cosa da fare è quella di rivolgersi ad un commercialista di fiducia, il quale provvederà ad aprire la partita IVA, la posizione INPS e a compiere tutte le formalità necessarie ad aprire una azienda agricola come coltivatore diretto. Per quanto riguarda l’obbligo di comunicare l’avvio della coltivazione di canapa alle forze dell’ordine, con l’entrata in vigore della nuova normativa è venuto meno, tuttavia resta consigliabile sotto un profilo di cortesia al fine di stabilire un rapporto di collaborazione con l’autorità giudiziaria.

Da un punto di vista operativo, vista la delicatezza della materia, è assolutamente necessario conservare scrupolosamente tutte le fatture di acquisto dei semi corredate dai relativi cartellini certificati dal venditore. Ciò al fine di essere in grado di tracciare la filiera in caso di controlli. Inoltre, si consiglia di effettuare sempre le analisi del prodotto una volta che lo stesso viene lavorato.

Per quanto riguarda i valori di THC da rispettare, è necessario che la pianta abbia al suo interno una concentrazione inferiore allo 0.6%, da calcolarsi in base al metodo fornito dagli stessi regolamenti comunitari. Infatti, l’art. 4 della summenzionata legge n. 242/2016 precisa:

 “…Qualora all’esito del controllo il contenuto complessivo di THC della coltivazione risulti superiore allo 0,2 per cento ed entro il limite dello 0,6 per cento, nessuna responsabilità è posta a carico dell’agricoltore che ha rispettato le prescrizioni di cui alla presente legge”.

Qualora il campione prelevato dalle piantagioni di cannabis sativa legale presenti una concentrazione di principio attivo superiore allo 0,6%, ai sensi dell’art. 4 comma 7 della L. 242/2016, il coltivatore non è ugualmente responsabile, ma l’autorità giudiziaria può disporre il sequestro o la distruzione delle coltivazioni di canapa.

È possibile quindi cominciare a coltivare legalmente come azienda agricola senza grandi difficoltà.


Cosimo Marruso