VAN GOGH – SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ

Un sorprendente viaggio introspettivo nell’arte del maestro olandese

È possibile trasportare l’arte pittorica in un film? Descrivere il processo creativo di un’artista? Riprodurre la sua visione del mondo? Essere trasportati nell’idea stessa che sta all’origine delle sue opere?

La risposta è tutta nella pellicola di Julian Schnabel, regista e pittore newyorkese, capace nel suo sesto lungometraggio di arrivare dove molti suoi colleghi non sono riusciti. 

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità è un’opera sorprendente, un vero e proprio film visionario capace di farci vedere il mondo attraverso gli occhi del maestro olandese.

La vita di Vincent Van Gogh d’altronde è stata immortalata nell’arco degli anni in molti film, documentari e addirittura animazioni. Proprio per questo Schnabel decide di intraprendere una strada completamente diversa, scollegata dal mero racconto biografico.

Ecco allora che la trama per una volta passa in secondo piano. Il racconto degli ultimi anni di vita del maestro sono solo un pretesto per scrutare più a fondo nel suo animo, per darci una visione di quello che un genio così tormentato viveva e sentiva, della sua malattia mentale che lo allontanava dagli altri esseri umani ma lo avvicinava sempre più all’immortalità come artista.

Protagonista assoluto è Willem Dafoe, capace di immedesimarsi nel personaggio con una fisicità e una interpretazione ai limiti della perfezione. Sarà lui a trasportarci nel mondo di Van Gogh, nella sua incapacità di essere altro oltre la pittura. Sarà il suo punto di vista a guidarci e a farci immergere in un mondo di contrasti assoluti, tra delirio, bellezza, ispirazione e sofferenza.

Non aspettatevi allora un film convenzionale, tutt’altro. Le tecniche scelte per girarlo sono qualcosa di sorprendente e spiazzante. La percezione è che solo un regista che è anche un pittore poteva adottarle così massivamente. 

L’attenzione all’estetica è portata all’estremo come se non si trattasse di un semplice film ma di una vera e propria opera d’arte. 

La camera puntata su Dafoe ci restituisce i punti di vista del pittore sul mondo che lo circonda. Punti vi dista personali appunto, gli stessi che hanno reso celebre le sue opere e lo hanno incoronato come il primo vero espressionista. Non quello che si vede dunque, ma come lo si vede che è fortemente collegato a quello che si sente.

Si viene proiettati nel mondo di Van Gogh con la sua visione distorta e personale della realtà, un’unione imprescindibile tra estetica e sentimento.

Prospettive deformate, inquadrature traballanti, immagini fuori fuoco e sovraesposte, primissimi piani, dettagli e poi l’abbondate uso della camera a mano non stabilizzata, del grandangolo e di tutto quello capace di trasmettere sensazioni oltre che visioni.

E poi c’è quell’attenzione particolare per il colore che non poteva di certo mancare. 

Van Gogh è colore e Schnabel ne è consapevole. 

Il giallo dominante è lo stesso dei suoi quadri ed è lo stesso che alterava la sua vista colpita da xantopsia e che gli faceva vedere il mondo con un alone di questa tinta. Ma il colore è anche il mezzo per esprimersi di un pittore, è quella capacità unica in Van Gogh di percepirne le minime differenze, di combinarle, di farle esplodere. E il gesto, la sua pennellata così iconica e rivoluzionaria, è lo strumento per riuscirci. Non a caso il regista è arrivato a dare lezioni private di pittura a Dafoe per renderlo capace di girare lui stesso le scene davanti a una tela. 

L’importanza dei colori, dei paesaggi, dell’atto stesso della creazione pittorica, tutto è portato all’estremo con una ricercatezza del visivo davvero sistematica.

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità non è un film convenzionale, probabilmente neppure un film per tutti ma è ciò che più vi avvicinerà a comprendere l’arte del maestro olandese.       


Marco De Luca