ARCHITETTURA LIBERA DAI VINCOLI

È possibile un reale confronto tra due Paesi, due nazioni come l’Italia e L’Olanda? Vi spieghiamo perchè no…

L’Italia è un Paese intrappolato in un continuo momento di riflessione, in cui i professionisti si sono spesso sentiti prigionieri di concetti quali identità, contesto, tipologia architettonica; un Paese in cui sono mancate per tanto tempo quella disinvoltura e quella libertà di rapportarsi con il territorio, con le preesistenze architettoniche e con le infrastrutture legate alla mobilità. É il Paese della “soprintendenza” d’altronde, dei beni culturali, di quegli enti che invece di proporre nuove idee per risollevare le sorti di un settore critico (quello dei beni artistici) e di cercare nuovi punti d’incontro tra tradizione ed innovazione, si schermano dietro pile di scartoffie burocratiche. 

L’Italia è il Paese della “soprintendenza”, dei beni culturali, di quegli enti che invece di proporre nuove idee si schermano dietro pile di scartoffie burocratiche.

O per lo meno, così è stato per molto tempo. Non dimentichiamoci poi la questione religiosa: al di là dell’essere credenti/praticanti o meno…certe cose in Italia non si fanno e basta. O per lo meno, così è stato per troppo tempo.

E l’Olanda invece? Possiamo dire che è un Paese non esente da stratificazioni storico-culturali, da preesistenze da conservare e tutelare, anzi. Presenta un territorio fortemente caratterizzato e che ha influenzato gran parte della produzione artistica locale, in particolar modo il suo rapporto con l’acqua e la luce, elementi cardine così come è stato per gli artisti veneziani ad esempio. Se pensiamo poi a quelle che sono state le manifestazioni religiose non si può dire che fossero delle più libertine.

Difficile, dunque, il confronto tra situazioni storiche, culturali ma soprattutto geografiche tanto simili ma allo stesso tempo diverse come l’Italia e i Paesi Bassi, ma certamente utile ad aprire i confini mentali, le barriere e gli schemi stereotipati, ad affrontare in maniera più europea e meno localistica certi temi e problemi della modernità.

Vocazione antiaccademica e spinta sincera verso il naturalismo hanno permesso all’Olanda un nuovo approccio verso l’architettura

Cosa nell’Olanda di allora, ma soprattutto, nell’Olanda moderna, ha permesso un nuovo approccio all’architettura?  Forse una vocazione antiaccademica, una spinta viva e sincera verso il naturalismo, un’arte della descrizione, priva di letture iconologiche troppo sofisticate o intellettuali che frenavano il naturale flusso di idee e di scambi impoverendo l’ambiente culturale invece di arricchirlo.

L’architettura, in particolare, è una forma d’arte lungimirante nonché l’unico strumento per intervenire in modo moderno nella gestione del territorio. Simbolo di tutto questo sono i polders, ovvero i terreni strappati al mare o a lagune e paludi costiere, completamente trasformati e plasmati nelle mani degli architetti del nord. Si potrebbe tentare un piccolo paragone con le bonifiche attuate in Italia tra la fine dell’800 ed inizio ‘900. 

Esempio di un polder olandese

Senza cancellare le pittoresche casette di campagna, la tradizione contadina, il passato rurale, gli olandesi sono sempre stati proiettati verso il futuro, la tolleranza e la libertà non solo di pensiero ma di azione. 

Proviamo a ripercorrere alcune delle tappe fondamentali dell’evoluzione architettonica olandese. 

Rimangono ai più quasi sconosciuti i movimenti artistici che trasformarono l’Olanda nel primo Novecento e che produssero grandi opere tuttora apprezzabili. Tra di essi spicca la scuola di Amsterdam (in olandese De Amsterdamse School), una rivoluzionaria corrente artistica che si legò alla pionieristica edilizia popolare del suo tempo.

Spesso accostata all’Art Déco, essa fu parte integrante dell’espressionismo architettonico internazionale e colpì l’immaginazione di molti, influenzando artisti di diverse parti del mondo. Si trattò di un movimento eterogeneo, privo di un manifesto comune; il suo nome fu coniato per descrivere il gruppo di giovani artisti che nel 1916 progettò ad Amsterdam la Scheepvaarthuis (Casa delle Compagnie Marittime) e che includeva gli architetti Michel De Klerk e Piet Kramer.

L’arte totale che ispira gli architetti olandesi è quella che si occupa sia di interni che di esterni, con la creazione anche di oggetti di design

Gli esponenti della scuola condividevano dunque suggestioni e scelte espressive simili, ma non seguirono mai un percorso unico. Tuttavia, molti di loro, tra cui De Klerk e Kramer, si dedicarono a diversi progetti per l’edilizia popolare olandese, un elemento che contribuì largamente al successo del movimento. La fantasia, la bizzarria e l’espressione individuale caratterizzano sin da subito lo stile della scuola di Amsterdam.

Mossi dagli ideali dell’espressionismo, i suoi esponenti partono dall’individuo e dalla sua irrazionalità, traducendoli in composizioni innovative che violano gli schemi della tradizione classica. Libero da vincoli, l’artista si fa ora influenzare da immagini e fonti d’ispirazione variegate, tra cui le case rurali del Nord Europa e gli stili esotici dell’Estremo Oriente.

De Amsterdamse School (la scuola di Amsterdam)

Nell’architettura della scuola, il mattone a vista, spesso rossastro, è l’elemento centrale di qualsiasi edificio ed è impiegato per formare semplici decorazioni, seguendo motivi geometrici o contrasti di colore. Anche le tegole, spesso disposte sulle facciate in maniera inusuale, vengono usate come mezzo espressivo. Altri materiali, quali la pietra, il ferro battuto e i vetri colorati, sono poi modellati per creare decorazioni più complesse e stravaganti, come mulini a vento, volti enigmatici o animali esotici.

Gli architetti, però, non si limitano a decorare gli esterni e così arrivano a plasmare le facciate e i tetti come se fossero d’argilla, animandoli con un’asimmetria completamente anticonvenzionale.

Arriviamo dunque all’idea di “arte totale” che ispira moltissimi artisti della scuola: per loro è importante occuparsi degli esterni quanto degli interni e così molti di loro si dedicano alla creazione di mobili e oggetti di design, dove si ritrovano suggestioni dall’Africa e dall’Asia e forme animali o vegetali.

L’attenzione però si rivolge anche alla creazione di oggetti accessibili alle classi più povere, preoccupandosi di raggiungere chi è normalmente escluso dall’arte: in questo senso, la scuola di Amsterdam è uno dei primi movimenti a creare prodotti di massa sia originali che economici, in completa sintonia con il movimento inglese delle Arts and Crafts e con l’architetto Hendrik Berlage che mirava inoltre alla restituzione di dignità al mondo dell’artigianato. Gli artisti della scuola abbandonano completamente lo storicismo dell’Ottocento e creano un’arte nuova che sappia adeguarsi alle esigenze della società di massa, sviluppano uno stile più sobrio e funzionale, che conserva però la creatività dell’artigianato e l’originalità artistica. 

Alcuni di loro sperano che la bellezza delle loro creazioni possa ispirare i più poveri a una vita virtuosa: saranno proprio questi ideali ad animare loro e altri architetti nella progettazione degli edifici che hanno reso famoso il movimento.

Le coincidenze storiche producono spesso risultati sorprendenti ed è questo il caso della scuola di Amsterdam, sorta in un momento di straordinaria espansione urbana.

L’industrializzazione dell’Olanda nel corso dell’Ottocento aveva portato all’emigrazione di masse di lavoratori verso le città, il cui sovrappopolamento provoca a inizio Novecento la stesura di leggi per la creazione di quartieri nuovi e salubri (per chi se lo fosse perso, recuperate l’articolo del numero precedente sulle opere urbanistiche durante il regime!). La loro costruzione viene iniziata solamente alla fine degli anni Dieci del secolo scorso, quando si forma una singolare cooperazione tra la politica e le parti sociali. Gli architetti della scuola si ritrovano a progettare moltissimi edifici, tra cui nuove residenze popolari per le quali i limiti di spesa non impediscono loro di creare costruzioni innovative e di alto valore artistico.

L’attenzione è rivolta a ogni dettaglio, dall’assetto delle strade agli interni degli appartamenti, e l’obiettivo è quello di creare spazi urbani diversi, dove gli abitanti possono vivere in comunità ed eguaglianza. In questo contesto Amsterdam è forse il caso più esemplare: la città si espande a un livello mai visto dopo il Seicento, sviluppando quartieri per la borghesia e la classe operaia. Al loro interno spiccano le residenze popolari Het Schip (lett. “la nave”) e De Dageraad (lett. “l’alba”), perfette rappresentazioni fisiche degli ideali della scuola e diventate opere iconiche. Nonostante gli sforzi, il costo di tali edifici si rivela però troppo alto e così dalla fine degli anni Venti emergono progetti più funzionali e vicini al Movimento Moderno Internazionale, il quale finisce per sostituirsi alla scuola nella pianificazione urbana. Nonostante ciò, le aree di primo impianto sono quasi tutte sopravvissute inalterate sino a oggi e ancora dominano i quartieri in cui si trovano, conferendo loro caratteristiche uniche agli occhi del visitatore. 

Come molti movimenti, la scuola di Amsterdam si è legata ad altre correnti e artisti, rimanendone influenzata e influenzandoli a sua volta. Nel Nord Europa essa svolge un ruolo centrale all’interno dell’espressionismo architettonico, tessendo legami fortissimi con artisti tedeschi, quali Bruno Taut ed Erik Mendelsohn. Seppur più debolmente, la sua presenza si fa sentire anche in Paesi più lontani: nel 1925 è presente infatti all’esposizione universale di Parigi e nello stesso periodo cattura l’interesse dell’architetto giapponese Sutemi Horiguchi, venuto in Europa per scoprirne le novità artistiche. 

Anche l’Italia sviluppa un suo rapporto col movimento: dopo diversi viaggi in Olanda, Gaetano Minnucci, futuro esponente del razionalismo, è esaltato dalle innovazioni urbanistiche della scuola e stende un breve testo che esorta i suoi colleghi italiani ad abbracciare tali novità. 

Pur rimanendo quindi consapevoli delle enormi differenze tra i nostri Paesi, quale insegnamento dovremmo cogliere, da architetti e non, dall’Olanda? L’unico probabilmente davvero importante: il rispetto della libertà e la libertà nel rispetto, degli altri, della tradizione, del contesto, della cultura…ma anche dei contrasti, delle novità e nella risposta ad esigenze in continua evoluzione, primo e più importante compito che l’architettura deve sempre assolvere per non perdere di significato.


Giorgia Basili