BITCOIN E TASSE

Come vengono regolati gli incassi e dove sono vietate

Nell’ultimo decennio, l’avvento delle valute virtuali, se da un lato ha introdotto nel lessico comune vocaboli come token, nft, mining e defi, da un punto di vista economico ha determinato un’accelerazione esponenziale di nuovi strumenti finanziari, portando all’affermazione e alla diffusione di innovativi valori digitali, come per l’appunto le cryptovalute.

La pervasività del fenomeno in atto ha fatto sì che giuristi, economisti ed autorità di vigilanza di tutto il mondo, si stiano confrontando sul miglior metodo di intervento fiscale al fine di adattarsi a questa nuova forma di economia digitale. In particolare, si interrogano se sia necessario introdurre un nuovo quadro normativo apposito oppure se sia sufficiente applicare per analogia la normativa giuridica esistente. 

Purtroppo la profonda complessità e soprattutto la dinamicità della materia rende il compito regolatorio assai difficile.

Dal 2008 ad oggi, le criptovalute si sono esponenzialmente moltiplicate: oggi sono circa 3000, che si differenziano sotto vari aspetti: talvolta le differenze possono sembrare minime, ma in realtà sono sostanziali per quanto riguarda la qualificazione giuridica ed economica.

Riguardo alla “funzione” svolta dalle valute virtuali, infatti, è possibile distinguere tre tipologie di token:

1) i payment token sono mezzi di pagamento che consentono l’acquisto di beni e servizi su di una pluralità di piattaforme online (exchange) e svolgono una funzione analoga alle valute tradizionali sebbene la loro volatilità talvolta ne determini l’uso a scopo di investimento; rientrano in questa categoria il bitcoin e le principali cryptovalute;

2) gli utility token sono valute digitali a “circuito chiuso”, ovvero a spendibilità limitata, che consentono l’acquisto di beni e servizi solo all’interno del sistema da cui traggono origine. Trattasi di token sovente emessi per agevolare lo sviluppo di progetti innovativi, si pensi ai Fan Token di Juventus, Lazio, Inter e di molte altre squadre di calcio. Spesso vengono anche utilizzati per le offerte iniziali di monete, le c.d. ICO, il prenditore del gettone, attraverso l’acquisto dello stesso, infatti, assume allo stesso tempo la veste di finanziatore e quella di futuro utente. Basic Attention Token (BAT) è l’utility token più famoso e viene utilizzato per le interazioni con il browser Internet Brave;

3) i security token sono gettoni digitali rappresentativi di diritti economici (quale il diritto di partecipare alla distribuzione dei futuri dividendi) e/o di diritti amministrativi (quale il diritto di voto su alcune materie).

Una ulteriore classificazione viene tradizionalmente condotta sulla base della maggiore o minore stabilità del valore delle valute virtuali. Nella prima categoria rientrano i c.dd. stablecoin, il cui valore è ancorato alla moneta fiat (es. USDT, USDC, DAI), nella seconda tutte le altre.

A fronte di un cosí eterogeneo panorama fenomenologico il legislatore, italiano prima ed europeo poi, nel tentativo di offrire una sia pur embrionale disciplina del fenomeno, è intervenuto in materia con una definizione di valuta virtuale volutamente ampia. Ai sensi dall’art. 1, c. 2, lett. qq, d.lgs. n. 231 del 2007, come modificato dal d.lgs. 4 ottobre 2019, n. 125 (attuativo della V direttiva antiriciclaggio) è “valuta virtuale: la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente“.

Di fatto, quindi, l’Italia, a differenza di paesi come Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, è tra i pochi paesi Ocse a non avere una regolamentazione fiscale specifica in merito, ma ciò non significa che non ci siano regole. Anzi, alla luce delle risposte agli interpelli dell’Agenzia delle Entrate e di alcune sentenze in materia, l’orientamento del fisco italiano, è quello di applicare alle criptovalute il trattamento riservato alle valute estere.

In ogni caso, finché si mantengono nel wallet i propri token, al fisco non si deve nulla, l’unico obbligo che incombe sul contribuente è quello di inserire nella dichiarazione dei redditi il valore dei propri asset virtuali. Solo nel caso in cui si decida di monetizzare le proprie cryptovalute, se, sommando il saldo di tutti i wallet di criptovalute e di tutti i conti correnti in valuta fiat, il controvalore in euro è superiore al limite di 51645,69 per almeno sette giorni lavorativi consecutivi nell’anno solare, il contribuente dovrà pagare il 26% di tale plusvalenza; in caso di minusvalenza, il contribuente potrà dedurla nell’esercizio in corso e nei quattro anni successivi.

Cartina degli stati con la relativa situazione legislativa che regolamenta le criptovalute

Fin qui il panorama italiano, ma nel resto del mondo come funziona?

Senza ombra di dubbio, sul tema della regolamentazione, la medaglia d’oro va conferita a El Salvador, il primo paese al mondo a dare corso legale al Bitcoin. E non è tutto, il presidente della nazione centroamericana, Nayib Bukele, durante un evento dedicato alla promozione del Bitcoin nel paese, ha annunciato l’intenzione di costruire la prima “Bitcoin City” al mondo, finanziata con obbligazioni garantite da criptovaluta. A tal fine El Salvador emetterà un primo bond da un miliardo di dollari garantito da Bitcoin per avviare la raccolta dei fondi necessari ad avviare il progetto.

“Inizieremo la raccolta fondi nel 2022, le obbligazioni saranno disponibili nel 2022. La città sorgerà nell’Est del paese, riceverà il suo approvvigionamento energetico da un vulcano e le sue attivita’ non saranno soggette ad alcuna tassa al di fuori dell’Iva.”

Tra i paesi UE che tengono un comportamento crypto friendly c’è senz’altro la Germania che non considera la criptovaluta né una valuta digitale né una merce.

Secondo la legge tedesca, Bitcoin e altre criptovalute sono “denaro privato“. Non sono soggetti ad IVA sulla vendita e sull’acquisto. Sono esenti dall’imposta sulle plusvalenze a lungo termine, il che significa che detenendo per almeno un anno cryptovalute prima della vendita, i guadagni dell’investimento non saranno tassati in alcun modo, indipendentemente dall’importo. Mentre, per la vendita di valute virtuali entro un anno, l’imposta sulle plusvalenze verrà applicata solo se l’importo è superiore a 600 euro.

L’orientamento del fisco italiano è quello di applicare alle criptovalute il trattamento riservato alle valute estere

Un’altro paese UE in cui il commercio e le transazioni in criptovaluta sono esentasse per le persone fisiche è il Portogallo. Il fisco locale, infatti, non applica alcuna imposta sul reddito o imposta sulle plusvalenze sui profitti derivanti dal trading di criptovaluta, a meno che l’investimento e il commercio di valuta non rappresenti l’attività principale di quella persona o di quell’azienda.

Tra i paesi definiti come paradisi fiscali non si può non citare Malta, che proprio per la forte apertura verso il fenomeno si è guadagnata il soprannome di “isola Blockchain”

Tra i paesi definiti come paradisi fiscali non si può non citare Malta, che proprio per la forte apertura verso il fenomeno si è guadagnata il soprannome di “isola Blockchain“. Risale al 2018 il Virtual Financial Assets Act, ed è stato uno dei primi quadri normativi di criptovalute completi ad essere introdotto e, da allora, Malta è diventata uno dei paesi più attraenti d’Europa sulle valute virtuali, rendendolo il paese con la più alta accettazione di criptovalute come mezzo di transazione.

Molto friendly risultano essere anche Gibilterra, Hong Kong, Bermuda e Cipro, come pure Bielorussia, Slovenia ed Estonia, che seppur con qualche differenziazione, mediamente, per le persone fisiche, la tassazione va dal nulla al 10% sulla plusvalenza.

Il titolo di “Crypto Valley” invece se lo è accaparrata con forza la Svizzera, la cui lungimiranza nel promuovere l’uso e le innovazioni legate tecnologia blockchain ha fatto sì che la seconda moneta per capitalizzazione, Ethereum, abbia stabilto la sede della sua Fondazione proprio nel Cantone di Zugo, dove, peraltro, dal 2021 si possono pagare le tasse in bitcoin ed ethereum.

Chi invece, da sempre, ha un comportamento per così dire a giorni alterni, è la Russia. Lo stato sovietico, infatti, nonostante si contenda il podio nel mondo per attività di mining, in compagnia di Stati Uniti, Cina e Kazakistan, nel corso degli ultimi anni ha spesso annunciato la messa al bando delle cryptovalute, salvo poi smentirsi successivamente. L’ultima volta proprio pochi giorni fa: il governo e la banca centrale russa hanno annunciato che presto verrà promulgato un disegno di legge che andrà a definire le criptovalute come “equivalenti alle valute” piuttosto che ad asset finanziari digitali. Pensare che solo a gennaio, proprio la Banca di Russia aveva richiesto un divieto sul trading e il mining delle cryptovalute a livello nazionale. Comunque, se la bozza sarà approvata dal parlamento, il Bitcoin e le altre criptovalute saranno equiparate alle valute estere, e, per quanto attiene la tassazione, solo le operazioni sopra i 600.000 rubli (circa 7.000 euro) dovranno essere dichiarate al fisco.

Al momento le attività di mining non vengono citate, probabilmente verranno regolamentate in seguito, ma di certo non messe al bando. Recentemente anche il presidente Vladimir Putin aveva detto che la Russia presenta alcuni vantaggi competitivi nel campo del mining, ovvero, l’eccedenza di elettricità e la presenza di grandissimi esperti del settore.

Vietare le criptovalute come Bitcoin (BTC) è impossibile, a dichiararlo è il ministro delle finanze russo Anton Siluanov: “Mettere un divieto sulle criptovalute in Russia è lo stesso che vietare Internet, il che è impossibile“.

La maglia nera degli stati amici delle cryptovalute va assegnata senza ombra di dubbio alla Cina, in buona compagnia con Ecuador, Corea del Sud, Bolivia e Indonesia.

La maglia nera degli stati amici delle cryptovalute va assegnata senza ombra di dubbio alla Cina 

Dal 21 settembre 2021, infatti, la Banca del Popolo ha vietato la circolazione di Bitcoin e delle altre cryptovalute su tutto il territorio cinese. Il divieto è rivolto sia al trading, sia al mining. C’è da chiedersi come faranno a vietare una tecnologia che per definizione è anonima, comunque, la stretta non è stata un fulmine a ciel sereno, già da maggio dello scorso anno, il Comitato per la stabilità e lo sviluppo finanziario di Pechino, aveva annunciato una stretta sul mining, nei mesi successivi, motivando tale determinazione poichè l’estrazione delle monete richiede troppa energia elettrica.

A ben vedere, la stretta regolatoria di Pechino sulle criptovalute era prevedibile, per certi versi obbligata: si sa che nel paese del dragone, i fenomeni non regolati vengono mal tollerati, soprattutto se si considera che le crypto vengono estratte senza controlli di banche centrali o autorità di vigilanza. Inoltre, e non è una cosa da sottovalutare, i cinesi sono in uno stato di avanzata sperimentazione della loro moneta digitale, lo e-Yuan, a differenza della Banca Centrale Europea, della Federal Reserve e di tutte le altre banche centrali, che sono ancora in studio.

La moneta digitale di stato, al contrario, consentirà al regime di rafforzare la sorveglianza nella vita quotidiana dei suoi concittadini.

Ci riusciranno?

Ai sensi della direttiva europea n. 843 del 30 maggio 2018 è valuta virtuale: “una rappresentazione di valore digitale che non è emessa o garantita da una banca centrale o da un ente pubblico, non è necessariamente legata a una valuta legalmente istituita, non possiede lo status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone fisiche e giuridiche come mezzo di scambio e può essere trasferita, memorizzata e scambiata elettronicamente”.

Requisito essenziale della moneta è la sua idoneità a servire da strumento di scambio, dovendosi riconoscere alla funzione di misuratore di valori e strumento di conservazione delle ricchezze, un ruolo accessorio, sebbene imminente. Nel linguaggio economico le funzioni del denaro sono definite: strumento di scambio, misura dei valori e riserva di liquidità. Queste sono state tradotte dalla scienza giuridica in: mezzo di pagamento, unità di misura di valore e strumento di capitalizzazione dei valori patrimoniali (DI MAJO, Obbligazioni pecuniarie, cit., 223).

Ai sensi però dell’art. 67 co. 1-ter TUIR laddove una persona fisica detenga nei propri wallet per almeno 7 giorni lavorativi valuta virtuale per un controvalore medio superiore ad €51645,69, si applicherà l’imposta sostitutiva del 26% sull’eventuale plusvalenza derivante dalle relative conversioni.


Cosimo Marruso