ARCHITETTURA FASCISTA

Due passi nella capitale disegnata dal duce

1922. Quando Benito Mussolini sale al potere, il centro storico di Roma è ancora un agglomerato di quartieri, cresciuti nel corso dei secoli, costruiti sopra antiche rovine e, trattandosi della capitale, reperti storici che ripercorrevano l’intera storia dell’urbanizzazione. 

Casa del Fascio di Como

Nelle arcate del teatro Marcello ci sono botteghe di pescivendoli, laboratori di fabbri, artigiani, maniscalchi; ai piedi della rupe Tarpea c’è una piazzetta dove lavorano gli ultimi scrivani a pagamento. A piazza Venezia passano greggi che vanno a svernare nell’Agro Romano: Mussolini considera tutto questo indegno del passato glorioso della città. 

La nuova capitale fascista deve essere idealmente e materialmente la nuova Roma imperiale. Così scrive infatti su Il popolo d’Italia: “Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento, il nostro simbolo, se si vuole il nostro mito”.

Riportare Roma al fasto dell’età dei Cesari è i punto cardine del disegno propagandistico del duce. Dal 1925 viene resa attuativa un’idea fondante di questo regime, che vedeva nelle preesistenze artistiche, architettoniche e storiche delle semplici rovine decadenti: si decide di eliminare tutto quello che ostacolava la visuale e la percezione visiva delle grandi opere romane nella loro interezza, quali il Pantheon, il Colosseo, l’Augusteo, il Campidoglio… .

Si segue una logica che vedeva  l’intera epoca medioevale comeun buco nero, secoli di buio intellettuale e artistico, concetto talmente radicato nella nostra tradizione che solo recentemente se ne sono scoperte le spettacolari manifestazioni di arte collettiva laboratoriale. Ma non solo, anche le opere di epoca barocca e rinascimentali ebbero lo stessotrattamento, frutto invece dei periodi dominati dai poteri papali.

Il duce con il piccone sui tetti delle vecchie case del centro storico diventa una delle icone del movimento fascista; in pochi anni vengono distrutte migliaia di abitazioni, chiese e palazzi di matrice rinascimentale. Tornano alla luce resti mai visti prima perchè coperti da secoli di sovrapposizioni; per gli sfollati del centro vengono invece costruite le prime “borgate”, nella periferia della città.

28 ottobre 1932. Per il decennale della marcia su Roma è inaugurata via dei Monti, una grande arteria che sarà poi ribattezzata via dell’Impero e di seguito via dei Fori Imperiali; al centro di questa nuova topografia Piazza Venezia, che con il suo balcone diventa il luogo deputato della liturgia fascista e il Vittoriano diventa una sorta di tribuna per assistere ai riti di massa del Littorio.

La contrapposizione con il movimento futurista è ovvia e marcata; l’antiromanismo era un cavallo di battaglia dei futuristi, come tutto ciò che era considerato obsoleto, “vecchio” e folkloristico.

A difesa, per così dire, degli interventi sopracitati legati ai grandi piani regolatori di inizio secolo (a Roma ma non solo, Napoli e Firenze in primis) occorre sottolineare che oltre alle ragioni legate alla diffusione dell’ideologia e dell’immagine di potenza del Fascio, possiamo ricordare che il diradamento era stato previsto e “progettato” in tutte le principali capitali Europee allo scopo di ripulire e igienizzare i centri storici congestionati e sovrappopolati cercando di conservarne le qualità formali e ambientali. Nei secoli precedenti inoltre questi interventi non erano di norma necessari a causa di crolli, demolizioni più o meno volute, incendi, che ciclicamente liberavano parti della città.

Quello che è discutibile è lo sventramento di alcuni quartieri, la cancellazione a priori del tessuto urbano a vantaggio di un messaggio chiaro e ripetuto sino a diventare slogan: l’Italia, quindi Roma, doveva diventare territorio di un popolo moderno, avanzato, produttivo.

Messaggio ribadito da simboli, motivi topici ricorrenti come SPQ, Dux, la lupa, il gladio, la V, la croce celtica, l’aquila: come sempre la comunicazione visiva ha un enorme potere, quello di veicolare messaggi in modo diretto ma inconscio, dogmatico e senza distinzioni di classi né di capacità intellettive. 

Si potrebbe quasi fare un banalissimo confronto con i messaggi pubblicitari odierni.

Arrivano negli anni ’30 a Roma quelli che diventeranno i principali fautori e progettisti della nuova capitale, giovani e pieni di speranze, attirati esattamente come succedeva nei secoli precedenti dalla speranza di fama e sostentamento, prima sostentati da papi, mecenati nobili e ricchi mercanti…ora dal regime.

Luigi Figini ed Alberto Pollini, Giuseppe Terragni, Adalberto Libera, Mario Radice e Giovanni Michelucci per citarne alcuni sono tra i primi “beneficiari” di questa nuova attenzione che veniva data all’arte ed all’architettura in particolare come veicolo di messaggi propagandistici: si parla di razionalismo italiano che ci ha donato esempi altissimi di architettura pubblica e privata. Il linguaggio sembra a prima vista semplificato, ridotto all’essenziale con linee pulite e disadorne, in piena sintonia con le tendenze europee del funzionalismo; ben si adatta allo scopo dato che il regime doveva essere portatore di solidità e sicurezza, di ordine e rigore.

Iconica la Casa del Fascio a Como di G.Terragni (1932), progetto basato interamente sulla proiezione della sezione aurea, con un impianto classicheggiante ma che allo stesso tempo presenta forti richiami con l’architettura, o  meglio, l’urbanistica romana, oltre agli edifici medievali e rinascimentali a corte interna in un perfetto equilibrio tra pieni e vuoti; doveva trattarsi di un edificio sempre fruibile e disponibile, “trasparente” così come si prefiggeva di essere la politica del tempo.

Il linguaggio razionalista venne presto osteggiato e additato come rivoluzionario e non adatto al regime, portando a una seconda fase detta “movimento novecento”; si trattò di un ritorno all’ordine a seguito di avanguardie come il liberty, il futurismo e il cubismo che vennero accantonate mentre permase il legame con la metafisica e il suo linguaggio semplificato e austero (e anch’esso con forti richiami classicisti).  Giò Ponti, Giovanni Muzio, Mario Sironi sono alcuni degli esponenti: la loro posizione è in realtà molto simile a quella delle avanguardie dalle quali cercavano di prendere distanza, mirando alla semplificazione ma diversificando le espressioni in una sorta di eclettismo molto legato all’artigianalità in sintonia quindi con le basi ideologiche dello stile floreale italiano.

A Roma in particolare poi le tendenze si orientarono sempre più verso un monumentalismo marcato, un neoclassicismo semplificato come è stato definito da alcuni, che mediava tra le tendenze razionaliste ed il conservatorismo d’accademia diventando il più famoso linguaggio di regime teso a diffondere gli ideali fascisti tra le masse attraverso l’imponenza scenografica dei suoi edifici. Materiali prediletti, a seguito del calcestruzzo armato razionalista, il marmo ed il travertino, nel caso il richiamo all’Impero Romano fosse sfuggito a qualcuno.

Va riconosciuto sempre e comunque però che rimane rispettata la scala umana, senza sfociare nella megalomania come nel caso degli altri regimi totalitari (nazismo e comunismo) ricordando che la fruizione costante e la funzionalità erano la base fondante dell’atto progettuale.

Marcello Piacentini è il leader indiscusso di questo periodo ed ebbe il ruolo di smistare buona parte dei progetti e degli incarichi previsti tra i colleghi. Il sogno della nuova Roma sarà infranto dall’inizio della seconda guerra mondiale; i lavori per la costruzione dei nuovi quartieri (l’EUR fra tutti) rallenteranno sino alla chiusura nel 1941 e all’abbandono.

Le figure, architetti ma non solo, che lavorarono per il fascismo furono personalità in primissimo piano e di grande cultura, con alle spalle anni di ricco dibattito ideologico ed artistico. Fondamentale è come sempre affrontare criticamente le espressioni artistiche nel loro contesto, comprendendone i legami con le epoche precedenti e successive, con la politica e il governo che “detta le regole” e che finanzia le opere pubbliche senza stigmatizzare a priori dei percorsi che spesso manifestano le necessità del tempo. 


Giorgia Basili