ARTE TOTALITARIA: L’OSSESSIONE IDEOLOGICA DEI REGIMI

L’arte (nei tempi moderni) è considerata dai più una perdita di tempo o una passione per figli di papà, ma rivestiva una rilevanza notevole nei regimi totalitari del ‘900 e in tutta l’antichità.

Iconografica o musicale, l’arte è storicamente la massima espressione della sensibilità umana e come tale, non fu esente da manipolazioni, sfruttamenti e censure da parte dei governi.

Helen Bertha Amalie Riefenstahl, ballerina, regista cinematografica, attrice e produttrice tedesca conosciuta al tempo come Leni. Fu celebre per film e documentari che esaltavano Hitler e il nazismo. Primo tra tutti Il trionfo della libertà, che grazie alle melodie di Wagner e a nuove tecniche cinematografiche (l’introduzione dei grandangolari nelle scene di massa) evocarono un epico senso di grandezza, esaltando i discorsi di Hitler a livello profetico. Il film vinse all’esposizione internazionale “Arts et Techniques dans la vie moderne” a Parigi. La Riefenstahl fu la prima donna a ricevere riconoscimenti internazionali per il lavoro svolto nel mondo del cinema, incontrando addirittura Walt Disney nel suo tour americano. Nel dopoguerra, Durante il processo di denazificazione della Germania, Leni fu processata 4 volte ma sempre assolta. La motivazione fu il non coinvolgimento diretto in attività di guerra o di sterminio.

Partiamo dal nazismo, che come è risaputo disprezzava fortemente tutto quello che divergeva dall’arte classica e neoclassica. 

Grande ammiratore di Wagner, che secondo alcuni resoconti storici abbracciava ideologie antisemite, il rapporto con l’arte del Fuhrer è complicato sin dalla prima giovinezza. Vive a Vienna da ragazzo povero e disagiato con il sogno di fare il pittore, ma viene addirittura bocciato all’esame d’ammissione alla scuola d’arte viennese. 

Con l’ascesa al potere del partito nazionalsocialista la situazione non migliora. Hitler viene snobbato dai salotti artistici e da tutta la comunità intellettuale dell’epoca, che lo ritiene culturalmente impreparato e piuttosto “sempliciotto” nei gusti. 

L’atteggiamento ostile della comunità artistica costringe il Fuhrer a crearsi un mondo culturale ad hoc, commissionando opere su opere e sfruttando artisti mediocri in cerca di facile fama. Questo processo viene definito “la Shoah dell’arte”,  dove il regime riduceva gli artisti a copiosi scribacchini ben retribuiti, eliminando tutto quello che era sgradito al partito.

Tutto inizia il 18 luglio 1937, quando si inaugura la grande mostra dell’arte germanica, con altissime aspettative da parte di tutta la nazione. 

Joseph Goebbels (uno dei leader del partito e responsabile della propaganda nazista) viene incaricato dell’esposizione.

L’obiettivo è quella di dare nuovi canoni artistici alla Germania, ma quando Hitler vede la selezione di opere esposte si infuria, dichiarando non essere all’altezza dei canoni classici ai quali ambisce il popolo ariano. 

Nel vedere la mostra viennese contaminata da correnti troppo moderniste (passione segreta di Goebbels), Hitler commissiona all’amico e fotografo Heinrich Hoffmann la mostra dell’arte “degenerata”, che si terrà a Monaco di Baviera di lì a poco. In questa mostra le opere moderne esposte venivano ridicolizzate artisticamente, con il chiaro scopo di denigrare l’arte contemporanea e i loro massimi esponenti. 

Correnti pittoriche e artistiche come Dadaismo, Cubismo, Espressionismo e Bauhaus venivano considerate (visti i richiami primitivi e le tecniche spesso minimali) come “arti degenerative e barbariche”.

La mostra dell’arte degenerata doveva servire al popolo tedesco per differenziare le “belle arti” da quelle “barbare”

Da questo punto in poi il regime inizia una censura degenerativa e maniacale verso ogni forma d’arte moderna. Vengono svendute (nei migliori dei casi) o bruciate e rastrellate centinaia di opere d’artisti come Van Gogh, Picasso, Kandinskij, Modigliani, Chagall, Klimt e Gauguin.

In Italia durante il ventennio l’atteggiamento era simile a quello tedesco, ma il duce aveva un’attenzione particolare alla musica. Il desiderio dei due leader di coinvolgere la comunità intellettuale è comunque notevole. Inizialmente Mussolini dichiarò di abnegare all’idea di incoraggiare qualsiasi cosa che potesse assomigliare all’arte di stato. “L’arte rientra nella sfera dell’individuo” proclamava il duce

Queste affermazioni (che di fatto furono perennemente disattese) diedero attenuanti a molti intellettuali che, servili al movimento potevano sostenere di vivere in un regime che dopotutto, a differenza di quelli comunisti, rispettava la libertà dell’individuo.

L’apoteosi propagandistica del fascismo la si può ritrovare in “Topolino va in Abissinia”, registrata su 45 giri i primi anni ‘20. L’inciso narra di un giovane Topolino che parte volontario per servire la patria con l’intento di sterminare tutti gli abitanti di colore dell’Africa orientale. La missione di topolino era mandare “carri di pelle nera” ai parenti a casa, per produrre guanti e scarpe. Il documento è consultabile online sulle principali piattaforme streaming.

Nei totalitarismi di matrice comunista l’attenzione della censura raggiunse limiti di fissazione inimmaginabili. Visto che l’espressione negli stati come la Russia stalinista era accettata solo se rigorosamente sposata all’ideologia marxista, gli artisti, se si dichiaravano a favore della rivoluzione, venivano (a prescindere dalle proprie capacità) premiati ed esaltati mentre per gli altri vi era l’esilio, la confisca dei beni o la fucilazione.

Con il consolidarsi del potere di Stalin nella seconda fase della Russia comunista si accentuò sempre più una costante deriva intellettuale, portata da esecuzioni e imprigionamenti degli artisti considerati dissidenti, termine coniato proprio in Russia per indicare gli artisti che manifestavano alla società il proprio dissenso nei confronti dello Stato.

Con la stagione delle grandi purghe che durò dal  1937 al 1938, scomparvero migliaia di intellettuali sicché il governo dovette arrestare la caccia alle streghe, per non estinguere completamente la classe sociale in questione.

Nel dopoguerra invece il dittatore russo accantonò il purismo ideologico marxista-leninista. Si nota un tentativo del regime di improntare una letteratura epica russa che instillasse nel popolo un grande senso di nazione. 

In quegli anni prende forma secondo Stalin un raffronto culturale dei russi rispetto al resto del mondo, soprattutto quello occidentale.

Sono i periodi più liberi (artisticamente parlando) dell’Unione Sovietica, con addirittura un sistema editoriale clandestino che permette agli artisti di pubblicare i propri scritti anche quando bocciati dal KGB. In questo periodo fioriscono autori come Pasternak, Isaac Babel’ o Michail Bulgakov.

Ma questo periodo dura poco e con la guerra fredda gli artisti tornano ad essere perseguitati, incolpati per lo più di non credere con purezza nei valori della rivoluzione e di fornire ai lettori del fronte cattive ispirazioni. Il poeta futurista Vladimir Majakovskij, Marina Cvetaeva e tanti altri si tolgono la vita portati alla miseria (mentale ed economica) dal regime.

Possiamo tranquillamente asserire che i totalitarismi sia di destra che di sinistra abbiano continuamente impoverito  lo strato artistico-culturale dei popoli governati. Sembra esserci infatti un legame indissolubile tra la libertà artistica di un popolo e la sua capacità di sottomettersi. Più l’arte è evocativa, trascendente e libera; più è considerata pericolosa.

Il romanzo di Pasternak “Il dottor Zivago” metteva in luce la falsa eroicità e il malessere psicologico del sistema comunista sovietico. Parlando dei fatti oscuri della rivoluzione d’Ottobre, il libro fu bocciato dalla censura e costò all’autore da parte del KGB persecuzioni continue, che lo costrinsero negli ultimi anni della sua vita alla povertà e all’isolamento, sino alla perdita del lavoro e l’iscrizione alla lista dei nemici della rivoluzione. Lo scrittore invoca la grazia e rinuncia alla pubblicazione del libro. Almeno in Russia.. Il manoscritto arriva nelle mani del viterbese Sergio D’Angelo, inviato di Radio Mosca del PCI italiano negli anni ‘50. Quest’ultimo lo trasporta in Italia e lo pubblica con l’aiuto di Feltrinelli. Il libro riscosse immediatamente un enorme successo e vinse il premio nobel l’anno seguente. Oltre a non poter godere dei diritti d’autore del suo romanzo, Pasternak rinuncia al premio, obbligato dall’URRS. 

Poco dopo nel 1965 l’industria del cinema americana lo trasformò in pellicola e vinse 5 premi oscar,  portando ancora una volta alla ribalta questo straordinario romanzo.


 Sara Monaco