LA RICERCA SCIENTIFICA SULLA CANNABIS

Al giorno d’oggi gli scienziati sono dotati di tecnologie e strumenti altamente sofisticati e precisi, tali da poter analizzare e sequenziare il DNA delle cellule, fare esperimenti sulla fusione nucleare e spedire sonde e satelliti in tutto l’universo.

Ma vi siete mai chiesti com’era possibile fare ricerca quando la tecnologia più avanzata erano i treni a vapore?

Tranquilli non ci occuperemo di meccanica e astrofisica, seppur argomenti affascinanti. In questo articolo ripercorreremo le tappe principali della ricerca sperimentale condotta da grandi uomini di scienza, per scoprire e verificare gli effetti terapeutici della cannabis.

Partiamo dalla nostra Italia, precisamente da Milano per collocarci cronologicamente intorno al 1840. I primi articoli scientifici che dimostrano l’interesse dell’ambiente medico milanese sulla cannabis sono apparsi sulla Gazzetta Medica di Milano, sugli Annali Universali di Medicina e sugli Annali di Chimica Applicata alla Medicina, di cui era direttore Giovanni Polli. Il dott. Polli fu il primo “psiconauta cannabico italiano” e per diversi anni studiò la cannabis sperimentandola insieme ad altri medici, quali il dott. Andrea Verga. A questi personaggi, forse non troppo conosciuti, si affianca il nome di un farmacista noto tuttora grazie alla sua fiorente azienda farmaceutica, il dott. Carlo Erba.

Il ruolo di Erba (un nome una garanzia) era quello di procacciare le dosi di hashish ai colleghi medici e di ricavarne preparazioni farmaceutiche adatte al consumo. Grazie ai suoi preparati galenici, i suoi amici medici autosperimentavano gli effetti della cannabis e dei suoi derivati su sé stessi, per poi annotarne le esperienze. Non c’è da meravigliarsi, perché all’epoca era pratica comune per i medici testare personalmente le sostanze (soprattutto se psicoattive) prima di adottarle nella loro pratica clinica. Infatti lo stesso iter di ricerca e sperimentazione medica era già avvenuta con l’oppio e la cocaina. Il capitolo milanese è lungo e affascinante, per chi volesse continuare questo racconto consiglio vivamente di leggere il libro: “L’Erba di Carlo Erba”, per una storia della canapa indiana in Italia 1845-1948 di Giorgio Samorini.

Carlo Erba

Proseguiamo il viaggio della ricerca italiana sulla cannabis procedendo verso il Meridione, nella sua culla culturale ovvero Napoli. Siamo nel 1887 quando il medico Raffaele Valieri, primario dell’Ospedale degl’incurabili,fonda il Gabinetto d’Inalazione. Il prof. Valieri era grande conoscitore degli effetti della canapa indiana, e il suo interesse scientifico lo portò a testare la “canapa nostrana”, ovvero la canapa sativa che cresceva rigogliosa nella Campania. Racconta così nei suoi scritti “Comincio dalla Canapa Nostrana (Cannabis Sativa L.) e suoi preparati, e dal suo valore fisiologicoterapico in sostituzione alla Cannabis Indica. Desse botanicamente sono le stesse, poiché appartengono ambedue alla famiglia delle Urticaceae, e solo differiscono tra loro per la provenienza, per la forza di azione e pel caro del prezzo.”.

La sua grande esperienza clinica lo portò a sperimentare questa pianta in diverse patologie, quali affezioni delle vie respiratorie (come l’asma), malattie del sistema nervoso centrale e periferico (quali nevralgie). Il grande lavoro del prof. Valieri è raccolto nella sua operetta “La canapa agli incurabili – Sulla canapa nostrana e suoi preparati in sostituzione della cannabis indica”.

Se il XIX secolo risulta ricco di pubblicazioni e scritti scientifici in merito alla ricerca e allo studio della cannabis, i primi decenni del 900, rappresentano un periodo buio, caratterizzato dalla totale assenza di documenti e dalla dimenticanza della storia cannabica precedente.

Allo stato attuale della ricerca, non è possibile sapere se tale carenza sia reale o dovuta ad una mancanza di documenti ancora da portare alla luce. Ciò che è evidente è che entriamo in un periodo in cui la cannabis non interessa più alla scienza e diventa oggetto di “tabù”. L’ambiente medico si allontana completamente dalla sperimentazione clinica della pianta, forse causato anche dalla legge Mussolini/Oviglio del 1923, che rafforza il fenomeno del proibizionismo e fa retrocedere il progresso scientifico finora raggiunto.

Il progresso scientifico del ‘900: dal proibizionismo ad oggi 

Fino ai primi anni del secolo scorso la pianta di cannabis aveva avuto il suo importante ruolo nell’ecosistema, come risorsa naturale e sostenibile per l’uomo (ricordiamo che l’Italia aveva una grandissima tradizione agricola nella coltivazione della canapa per il settore tessile). È doveroso evidenziare l’anno di completo declino della cannabis, ovvero il 1937, quando negli USA fu emanato il Marihuana Tax Act, legge che promosse il proibizionismo nei confronti del commercio, dell’uso e della coltivazione della canapa anche a scopo medico. In pochi anni tale legge si diffuse in tutto il mondo.

La criminalizzazione messa in atto nei confronti della cannabis portò a conseguenze determinanti in termini di blocco della ricerca scientifica e scomparsa della cultura cannabica.

Seppur caratterizzato da questo clima proibizionista, il 900 ci ha permesso di identificare i principi attivi responsabili degli effetti terapeutici della cannabis.

Spinto da una grande curiosità scientifica nei confronti della pianta, il chimico e biologo prof. Raphael Mechoulam, fu il primo ad identificare e sintetizzare il tetraidrocannabinolo (THC), la molecola psicoattiva della cannabis.

Dal 1964, il prof. Mecoulam insieme ai suoi collaboratori hanno eseguito uno straordinario lavoro di ricerca sui cannabinoidi presenti nel fitocomplesso della cannabis, portando alla luce anche altre molecole (come il cannabigerolo), il più noto è certamente il CBD (il cannabidiolo non psicoattivo), che oggi assume un importante ruolo per il trattamento di numerose patologie.

Per comprendere il razionale scientifico degli effetti clinici della cannabis sull’organismo umano, ovvero come i cannabinoidi interagiscono con il nostro corpo, dobbiamo attendere il 1990, anno di svolta per la scoperta del Sistema Endocannabinoide. Gli studi condotti nel decennio seguente, portarono alla scoperta dei siti recettoriali (i recettori CB1 e CB2) che legano i cannabinoidi, e dei neurotrasmettitori che hanno caratteristiche simili ai cannabinoidi, ovvero gli endocannabinoidi (ricordiamo l’Anandamide e il 2-AG).

Da qui in poi l’interesse scientifico sulla pianta di cannabis e il Sistema Endodocannabinoide è cresciuto notevolmente: scienziati di tutto il mondo lavorano nei loro laboratori per fare nuove scoperte e chiarire i meccanismi d’azione ancora sconosciuti. Sono migliaia le pubblicazioni scientifiche accreditate che danno nuovamente importanza e valore a questa pianta, sia dal punto di vista medico che industriale.

Un fenomeno unico nel mondo della ricerca è avvenuto grazie alle numerose testimonianze aneddotiche dei pazienti affetti da Sclerosi Multipla, i quali hanno stimolato gli scienziati e i medici ad avviare diversi protocolli di ricerca clinica. L’obiettivo è quello di studiare l’efficacia della cannabis e dei suoi estratti per il trattamento dei sintomi di questa grave patologia neurodegenerativa

Studio clinico

Citiamo uno studio clinico condotto nel 2006 in cui è stata valutata l’efficacia del Sativex® (farmaco spray oromucosale,  ottenuto dall’estrazione di cannabinoidi naturali THC e CBD in rapporto 1:1) per il trattamento della Sclerosi Multipla. Ricordiamo che il Sativex® attualmente è il farmaco a base di cannabinoidi approvato anche in Italia per il dolore cronico associato a spasmi muscolari proprio nella Sclerosi Multipla.

Lo studio clinico, controllato con placebo, ha arruolato 137 pazienti affetti da sclerosi multipla a cui è stato somministrato il Sativex® per 10 settimane. Alla fine del trattamento sono stati valutati i miglioramenti sulla spasticità (sintomo comune ai pazienti e molto invalidante): il gruppo trattato con Sativex ha avuto una riduzione media della spasticità maggiore del 54,6% rispetto al gruppo trattato con il placebo. Un dato sorprendente! Inoltre, è seguito uno studio di follow up a 74 settimane che dimostrò il mantenimento dei progressi ottenuti dai pazienti trattati con Sativex. Un aspetto importantissimo è che al termine dello studio, la gran parte dei pazienti (circa il 90%) ha ripreso volontariamente la terapia con cannabis, grazie al notevole miglioramento dei sintomi e della qualità della vita.

Ciononostante fare ricerca sulla cannabis, soprattutto in Italia, non è ancora facile e sono tanti gli ostacoli che i ricercatori devono superare per poter fare il loro lavoro.

Siamo giunti al termine del viaggio sulla ricerca sperimentale e clinica della cannabis: dai primi scritti documentati abbiamo notato alti e bassi, momenti bui e bagliori di luce. Eventi determinanti quali guerre, proibizionismo e tabù hanno certamente fatto arrestare il processo di scoperta messo in atto dai luminari dell’Ottocento

Una cosa è certa: siamo giunti ad un punto di non ritorno, in cui la cannabis è ritornata in auge, accompagnata da migliaia di evidenze scientifiche in tutti i settori, e da un crescente consenso popolare. 

Ci teniamo ad informarvi delle verità che per troppo tempo sono state celate e che necessitano di essere raccontate, affinché la cultura cannabica possa tornare ad essere tramandata alle nuove generazioni con una nuova e affascinante chiave di lettura.


Giuseppe Battafarano