DROGA E TOTALITARISMI – Dalla Destra alla Sinistra, come sono andate veramente le cose?

Dopo il SI al referendum, il dibattito sulla liberalizzazione della cannabis continua, soprattutto, anche dopo la conferenza nazionale sulle dipendenze di Genova che si è appena conclusa.

Il governo, e non vi era modo di dubitarvi, si è spaccato su un argomento da sempre molto divisivo. Ancora una volta, il mondo della politica è tornato a schierarsi tra favorevoli e contrari. Ovviamente, la destra italiana non poteva non insorgere, da Gasparri alla Gelmini, passando da Paola Binetti dell’Udc e dal sottosegretario alla Salute Andrea Costa di Noi con l’Italia, il coro è unanime: “NO! Non verrà mai liberalizzata”.

Dall’altra parte, la risposta non si è fatta attendere: “Destra cieca e totalitarista!”. A sinistra per il “sì”, ci sono tutti, il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, il segretario di Più Europa e sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, e l’esponente pentastellato Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia della Camera, a parer loro, non si tratta affatto di consentire “libertà di drogarsi”, ma di promuovere politiche efficaci di controllo e contrasto alle illegalità.

Per entrambi gli schieramenti in campo, l’approccio, vuoi per convinzione, vuoi per ingraziarti una parte di elettorato, ma anche a dar credito alla cronaca giudiziaria ed al gossip che investe tanto gli uni quanto gli altri, è tanto ideologico quanto ipocrita. 

Sta di fatto che volano parole dure,  sino ad evocare i totalitarismi, con il pregiudizio che destra è peggio di sinistra, già, perchè si sà, ai tempi del Duce su certe cose mica si scherzava.

Ma siamo proprio sicuri che in merito alle droghe i totalitarismi del XX secolo, come fascismo e nazismo, fossero peggiori di comunismo e marxismo? Per quanto riguarda l’Italia, sebbene la legislazione in materia di stupefacenti si sia ispirata, all’inizio, all’opzione proibizionista, è andata via via adottando misure repressive e sanzionatorie sempre più incisive, anche sulla base di convenzioni internazionali. La prima legge sulla droga è la legge 396 del 18 febbraio del 1923

Come il successivo codice penale del 1931 (Codice Rocco), entrambe si inquadravano in un ambito politico-sociale radicalmente differente da quello attuale, il quale considerava il consumo di droga come un “vizio”, cosicché, non veniva punito il consumatore di droga. La punibilità del consumatore scattava solo qualora la sua condotta poteva rappresentare un pericolo per l’ordine pubblico.  C’è comunque da rilevare che, anche se le sostanze erano già classificate in appositi elenchi, dalle istituzioni traspariva una scarsa attenzione agli aspetti psico-sociali del consumo di stupefacenti.

Articolo 729 Codice Penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

[Aggiornato al 31/08/2021]

Dispositivo dell’art. 729 Codice Penale 

(Codice Rocco)

Articolo abrogato dall’art.136, del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309.

Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, o in circoli privati di qualunque specie, è colto in stato di grave alterazione psichica per abuso di sostanze stupefacenti, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da lire cento a duemila.

Tale imposizione era probabilmente motivata dall’ancora contenuta, ed elitaria diffusione del fenomeno, e dalla ridotta entità delle conseguenze sociali. In fondo, al sorgere del XX Secolo l’Italia non conosceva il problema dell’abuso delle sostanze psicotrope nelle dimensioni che stavano affliggendo altre nazioni. Non è da ritenersi strano che nel nostro paese, opinione pubblica, mezzi di informazione e mondo politico mostrassero scarso interesse per l’argomento.  Solo con la legge n. 1041 del 1954 il consumatore di stupefacenti veniva pienamente equiparato al produttore e allo spacciatore.

Nel terzo reich del Fuhrer, pubblicamente, la linea del regime nazista sull’uso ricreativo di droghe era durissima, ma in privato molti membri dell’élite nazista ne facevano uso. Hitler ha passato la maggior parte della guerra assumendo farmaci. Goring e Goebbels adoravano la morfina. Quando il primo ha provato a compensare gli effetti della morfina con la cocaina, è diventato dipendente anche da quella. 

Il contesto sociale germanico però, era radicalmente diverso, per lo meno rispetto a quello italiano. 

A quel tempo in Germania, dopo la fine della grande guerra, la necessità di analgesici che fossero in grado di alleviare l’angoscia, spesso mentale, dei molti feriti di guerra aumentò significativamente; si verificò lo strano fenomeno per cui la droga era sempre più inclusa nella cultura della capitale.

La polizia di Berlino ha avuto un bel da fare nella lotta contro la droga e l’importazione illegale, con i furti di morfina da ospedali militari e farmacie che diventavano sempre più frequenti. Fino al 1901, la morfina era stata un farmaco da banco fino a quando il Reichstag tedesco decise di dispensarla solo con prescrizione medica nelle farmacie.

Tuttavia, l’effetto deterrente fu piccolo: alcuni arrivarono a togliersi la vita con la morfina, mentre i criminali erano soliti usare il farmaco per stordire e derubare potenziali vittime. 

A dar conto della deriva germanica, un film muto del 1919 dall’inequivocabile titolo “Morfina”,  rappresentava una realtà berlinese intrisa di una “felicità artificiale” che non doveva mai finire, dove improvvisamente tutto era “morfina”: giochi, danze, pantomima, schizzi, racconti, romanzi.

La “Legge sull’oppio” (Opiumgesetz), con qualche ritrosia, e sotto la spinta di diverse conferenze internazionali sull’oppio degli anni precedenti, entrò in vigore in Germania il 10 dicembre 1929. La legge aveva lo scopo di frenare l’uso di droghe attraverso la regolamentazione del commercio e della produzione di oppiacei e cocaina. 

Nella versione originale dell’Opium Act del 10 dicembre 1929 (RGBl. I p. 215), il primo paragrafo elenca i preparati in questione: “Le sostanze ai sensi della presente legge sono l’oppio grezzo per scopi medici, la morfina, la diacetilfmorfina (eroina), le foglie di coca , la cocaina grezza, la cocaina, l’ecgonina, la canapa indiana e tutti i sali di morfina, diacetilmorfina (eroine), cocaina ed ecgonina.”.

Da quel momento oppiacei e morfina divennero soggetti a prescrizione medica, e la cannabis è stata vietata anche in Germania. Le violazioni della legge venivano punite con pene detentive fino a tre anni.

Il tema dell’uso e dell’abuso degli stupefacenti nella Germania nazista costituisce l’oggetto della ricerca presentata da Norman Ohler, giornalista e scrittore tedesco, in “Tossici. L’arma segreta del Terzo Reich. La droga nella Germania nazista (Rizzoli, pp.382)”. L’indagine si fonda principalmente su una selezione di carte private e di documentazione clinica inerente l’attività di medici, chimici e farmacisti operanti sotto il regime, fonti consultate dall’autore presso diversi archivi federali tedeschi e americani.

Le ricerce di Ohler evidenziano come l’ampia circolazione che i narcotici conobbero sotto il Reich, soprattutto quei medicinali, definiti al tempo “farmaci rivitalizzanti”, che contribuirono al processo di progressiva alterazione di una società che nell’abuso di oppiacei e droghe sintetiche, prodotte a ciclo continuo dall’industria chimica nazionale, trovava una delle sue via di fuga da una realtà opprimente e irreggimentata. 

Il medico tedesco Fritz Hauschild, dopo che il Pervitin era stato sperimentato sugli atleti alle olimpiadi di Berlino del 1936, durante  la Seconda Guerra Mondiale fece somministrare la sostanza dai medici militari ai soldati tedeschi: 
vennero prodotte più di 35 milioni di compresse da 3 milligrammi di Pervitin. 
La sostanza venne chiamata volgarmente dai tedeschi “Panzerschokolade” ossia “cioccolato per carri armati”.
Venne utilizzata dall’esercito tedesco durante l’invasione della Polonia, al fine di conferire ai soldati una capacità di resistenza più elevata.

Ne è un esempio la metilanfetamina, prodotta negli stabilimenti Temmler di Berlino, brevettata nel 1937 e commercializzata sotto il nome di Pervitin, una specie di crystal meth creata per ridurre lo stress e l’affaticamento e creare uno stato di euforia, diventò la pillola dell’attacco per eccellenza; essa si diffuse così rapidamente sia tra gli uomini comuni sia tra le élite del partito e dell’esercito al punto da penetrare nella cultura popolare, come testimoniato da una canzone diffusa nelle taverne berlinesi, il cui ritornello recita: «noi berlinesi ripieghiamo sulla cocaina e sulla morfina, noi sniffiamo e ci buchiamo».

Si apprende, inoltre, che durante la seconda guerra mondiale, ai soldati veniva somministrato, prima e dopo i combattimenti, anche un potente antidolorifico ad azione rapida, l’Eukodal, a base di oppioidi, che inibiva per un considerevole arco temporale stati di stanchezza e spossatezza, senza tuttavia adulterare le capacità di prestazione del combattente. Il farmaco circolò con successo anche nei quadri della Wermacht e nell’establishment vicino a Hitler, il quale a sua volta ne divenne gradualmente dipendente, con il progredire della guerra e delle sue disfatte.

Ma quello tedesco non era, ovviamente, l’unico esercito che faceva uso di speed. Inglesi, americani, russi, giapponesi e finlandesi erano, allora, tra i maggiori consumatori di droga al mondo. Secondo molti storici, “la Seconda guerra mondiale è stata combattuta sotto l’effetto di speed o meth”, ed anche,  il Vietnam può essere definita “la prima guerra farmacologica” a causa dell’enorme quantità di sostanze assunte sul campo di battaglia.

Sull’altro versante, quello social-comunista, il regime Maoista in Cina è stato senz’ombra di dubbio quello maggiormente repressivo ed intollerante per quanto riguarda il contrasto delle sostanze stupefacenti, per lo meno sul fronte del consumo interno. 

Per capire il fenomeno, non si può non ricordare come la Cina dei primi del Novecento fosse un Paese devastato, dormiente, reduce da due guerre dell’oppio ed economicamente  succube delle “democrazie” occidentali.

La caduta dell’Impero e la nascita della Repubblica nazionalista nel 1912, inaugureranno il periodo dei “regni dell’oppio”. La trasformazione politica e istituzionale però, non ha intaccato la forza del vizio nazionale: mete turistiche e parchi pubblici sono attrezzati con tutti i servizi necessari per fumare oppio. La nuova élite borghese urbana formata da professionisti e pilastro sociale della repubblica, guida la pratica del consumo: a Shanghai la droga arriva a tonnellate, “abbastanza per rifornire qualsiasi nazione, una mezza dozzina di nazioni, un continente” si racconta sui giornali dell’epoca.

Mentre a Pechino il governo è debole e sotto ricatto di lobby legate a interessi stranieri, nelle province comandano i governatori militari, i “signori della guerra”, i quali sostengono la coltivazione d’oppio per tassarlo e ottenere ricavi.

Quando nel 1937 i giapponesi invadono la Cina, utilizzano la droga come arma per soggiogare e indebolire la popolazione: riaprono le fumerie d’oppio chiuse dal proibizionismo, fanno uscire i tossicodipendenti dagli istituti di riabilitazione.

Lavvento del regime cambiò tutto, l’atteggiamento ultra proibizionista nei confronti della popolazione cinese, condotto tra pene severissime, fino alla pena di morte, e con tecniche di “rieducazione alla morale”, portarono ad una drastica riduzione del consumo. L’approccio alle sostanze stupefacenti nei confronti del resto del mondo, in particolare gli Stati Uniti,  invece, mirava ad altri fini decisamente meno nobili.

Fin dagli inizi della Repubblica Popolare Cinese, infatti, Mao e il suo ministro Ciu En-lai intuirono l’importanza che avrebbe potuto avere il traffico della droga per la causa rivoluzionaria. Nel 1952, in un discorso pronunciato a Wuhan, Ciu En-Lai disse: “Noi stiamo cercando di appoggiare in ogni modo la coltivazione del papavero da oppio. Dal punto di vista della rivoluzione, l’oppio è uno dei mezzi per aiutare la causa rivoluzionaria, e dev’essere usato attivamente. Se affrontiamo la questione dal punto di vista di classe, vediamo che l’oppio costituisce una delle armi più potenti della rivoluzione proletaria… Per noi è della massima importanza esportare eroina e morfina in grandi quantità, usarle per indebolire la capacità di combattere dell’avversario e distruggere il nemico senza fargli guerra” (Isvestia, 17 febbraio 1978).

La droga diventò (pare lo sia ancora), per il regime di Pechino, lo strumento per indebolire l’avversario occidentale al fine di trarne un lauto profitto. 

Oltreoceano, il regime instaurato da Fidel Castro a Cuba, fu, dopo quello cinese di Mao, altrettanto intollerante. Il suo pensare, chiaramente ispirato al pensiero marxista leninista, almeno nella prima ora, interpretava  il commercio della droga come parte integrante dell’economia capitalistica internazionale, assurgendolo ad elemento funzionale e necessario alla classe dominante borghese,  grazie al quale, avrebbe potuto assicurarsi il controllo di migliaia e migliaia di giovani tossicodipendenti spinti così al disimpegno politico e sociale, e per questo andava combattuta.

… o almeno questo ci è sempre stato raccontato. Si, perchè,  le recenti confessioni di una delle sue guardie del corpo, dipingerebbero un lÍder máximo, tutt’altro che casto e puro. Dal libro “La doppia vita di Fidel Castro”, Juan Reinaldo Sanchez, ex body guard del dittatore, emergerebbe una realtà ben diversa, fatta di un Fidel corrotto e direttamente coinvolto nel traffico di cocaina, come pure si narra di un enorme patrimonio, costituito da ville lussuose, yacht Acquarama e casse di diamanti.

Forse non è un caso che la rivista Forbes, nel 2006, inserì Fidel Castro nella lista dei dieci “dittatori” più ricchi al mondo, con un patrimonio netto stimato in circa 900 milioni di dollari, sebbene lui abbia sempre dichiarato di vivere, come molti cubani, con soli 900 pesos al mese e di abitare in un appartamento di media grandezza a L’Havana.

Forse il comunismo, contrariamente ad oggi, a ben vedere è stato più repressivo del fascismo e delle destre in generale, le quali predicano bene e razzolano male… ma… e allora? 

Non deve essere una questione di medaglie da appuntarsi al petto, si tratta di eventi storici che vanno capiti, contestualizzati e dai quali se ne deve trarre il giusto insegnamento per non incorrere negli stessi errori, o forse peggiorarli.

Evocare gli spettri del passato solo per attrarre il consenso politico,  agitando le masse è una ricetta scaduta. Abbassiamo i toni, facciamo un passo indietro e cominciamo a ragionare.


Cosimo Marruso