Cannabis e bioedilizia

Ridurre l’impatto al minimo

Attualissimo il tema della bioedilizia, che si prefigge lo scopo di ridurre l’impatto energetico sull’ecosistema al minimo, sfruttando materiali e tecniche più compatibili non solo con l’ambiente ma anche con l’uomo stesso

− Giorgia Basili

Come si colloca la canapa in questo vastissimo panorama di soluzioni green? 


É risaputo ormai che si tratti di una coltivazione altamente sostenibile dal punto di vista ambientale con la sua crescita rapida ed abbondante: non richiede inoltre l’uso di abbondanti irrigazioni, di suoli particolari, di arature profonde e lavorazioni della terra, oltre ad essere naturalmente resistente all’attacco di parassiti, piccoli roditori, insetti e molte malattie comuni alle altre coltivazioni. Si tratta poi di una pianta miglioratrice del suolo, ha azione fertilizzante e fitodepuratrice, riuscendo a bonificare vaste aree ed assorbire alte quantità di carbonio atmosferico.

Parlando nello specifico del campo edile a tuttotondo la parte più interessante della pianta è ovviamente il fusto: questo è composto da una parte fibrosa esterna, tiglio, molto resistente agli sforzi di trazione ed al logorio (quindi anche allo sfregamento), mentre la parte interna, legnosa, è detta canapulo ed ha elevate capacità di assorbire liquidi ed è ricca di silicio, acquistando quindi ottime proprietà isolanti.

La cellulosa alla base della pianta può inoltre essere utilizzata per la produzione di bioplastiche riciclabili o biodegradabili, in sostituzione ai classici derivati del petrolio.

Si tratta quindi di una novità? Una delle tante scoperte dell’ultimo decennio a favore di un riavvicinamento al “mondo vegetale” piuttosto che ai prodotti sintetici? In realtà no, nulla di più antico della canapa, non solo in edilizia ovviamente.

Le prime testimonianze storiche risalgono al 2700 a.C. circa, all’epoca dell’impero cinese di Shen Nung durante il quale si trattava della prima pianta tessile in uso e della quale si sfruttavano i derivati nelle costruzioni. Fu poi menzionata da Erodoto, introdotta in Piemonte già dal 600 a.C. (parliamo della Carmagnola), sino ad affermarsi intorno al IX secolo nella pianura padana.

L’uso della canapa miscelata con la calce idraulica (legante a base di idrossido di calcio che può far presa ed indurire anche se immersa in acqua) ha iniziato a diffondersi nell’industria edile nei primi anni ‘90. Sembra tuttavia che la tecnica fosse già conosciuta ed utilizzata 1500 anni fa. Nei secoli passati poi il canapulo o la fibra ridotti in pezzetti sono stati impiegati come materiale da costruzione, mescolati con argilla o calce, costituendo quindi la parte di rinforzo in composti con matrice a base naturale; gli steli erano invece utilizzati senza ulteriori lavorazioni per realizzare strutture leggere, che venivano intonacate per creare controsoffittature e tramezzi divisori, esattamente come avveniva con le canne palustri o bamboo ( ‘canniccio’ o ‘ cannicciata’). 

Interessante è come questa tecnica sia stata più recentemente recuperata nel campo del restauro per poter conservare ed integrare parti di edifici medievali tipici delle architetture “a graticcio”, in cui gli spazi tra la struttura portante lignea sono appunto riempiti con fascine e poi intonacati.


Lo sapevi che: Nel sud della Francia  gli archeologi  hanno ritrovato un ponte costruito con conglomerato di calce e canapa durante il regno Merovingio, tra il 500 ed il 751 d.C.